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Francesca Valente

Social Media Manager
Francesca Valente ha scritto 47 articoli per FV Lab

Il potere evocativo di Pinterest

Ripropongo qui la mia intervista a Pinterestitaly, dove ho espresso il mio parere sul social network del momento. E voi che ne pensate di Pinterest?

“Appassionata di arte, indipendente ed estroversa, Francesca Valente è esperta di Digital PR e Social Media Management. Nel suo blog FV Lab ha dato ampio spazio a Pinterest in un post descrivendolo come un mondo cool dal quale trarre ispirazione. Ho quindi deciso di intervistarla per sapere le sue impressioni da utente e da esperta del mondo dei social.

1) Come hai organizzato il tuo profilo su Pinterest? Tra le tue boards mi ha incuriosito quella relativa a Le freak so chic con la cover dedicata a Freaks, il film di Tom Browning del 1932 (un masterpiece!)

Fin da quand’ero piccola sfogliavo le riviste e conservavo le immagini che più mi colpivano: strappavo i fogli dal giornale e ne facevo un collage di forme, colori, messaggi che si confondevano. Poi ho cominciato a pescarle dalla Rete…Pinterest non poteva che fare al caso mio, colleziono le mie preziose fonti di ispirazione e le condivido con gli altri.

Credo molto nel potere evocativo della comunicazione visuale. Le immagini accendono la mia creatività, ne traggo ispirazione per stimolare mente e fantasia (cosa molto utile anche per il mio lavoro!). Ho organizzato il mio profilo semplicemente pensando alle mie passioni.

Le freak so chic descrive un mondo di personaggi, storie che rappresentano un modo di essere: “freak” sta per bizzarro, originale, anticonformista… Ammiro le persone che in un modo o nell’altro si distinguono dalla massa.

2) Ho visto che le boards sono dedicate ai tuoi interessi (cinema, moda, design), nessun riferimento alla tua professione. Pensi che Pinterest possa essere utile per la costruzione del personal branding 2.0 o che sia uno spazio dedicato solo alla condivisione dei propri interessi?

Penso possa esserlo, certo. Ma penso che ci siano social network che si prestano meglio a questo scopo, ad esempio Twitter. Si tratta puramente di una scelta personale: curo il mio personal branding già su diversi canali, su Pinterest e Instagram lascio che le persone conoscano un’altra me. L’onnipresenza è noiosa ;)

3) La predominanza dell’immagine sui testi appare un trend in ascesa vista la Timeline di Facebook e il recentissimo restyling di Google Plus. Secondo te i brand come potranno creare interazione in un social in cui l’immagine domina rispetto alle parole?

Sui social network funzionano di più immagini e video rispetto alle parole, un post associato a un’immagine ha il doppio di possibilità di attrarre l’attenzione di un utente. Le aziende non dovranno far altro che cavalcare l’onda di una tendenza già in atto, parliamo un trend in ascesa ben prima di Pinterest!

4) Stai già utilizzando Pinterest per i tuoi clienti? Ci sono profili di brand italiani che, a tuo parere, hanno costruito una buona strategia?

Ho riflettuto sull’ipotesi di aprire profili Pinterest per i miei clienti, ma non è ancora il momento per le PMI che seguo. Non penso sia necessario essere presenti in tutti i social network, sono a favore di un’accurata selezione: si scelgono solo i canali effettivamente strategici in funzione del target e del prodotto/servizio in questione.

Se le persone a cui si rivolge l’azienda non sono su un SN è davvero necessario esserci? Mi piace Pinterest, credo ci sia un potenziale anche per i piccoli brand, ma aspetto tempi più maturi per dichiarare che non si tratta di una bolla di sapone.

Un marchio italiano che a mio avviso ha costruito una buona strategia su Pinterest è Coin. Ha saputo “umanizzare” il brand scegliendo una comunicazione non autoreferenziale, questo è il vero valore!”

Un ringraziamento particolare a Paola Sangiovanni (@BarryLindon), co-fondatrice di Pinterestitaly (@pinterestitaly).



Conoscenza vs autorità

Oggi, l’organigramma è fatto di link, non di gerarchie. Il rispetto per la conoscenza vince su quello per l’autorità astratta.

(The Cluetrain Manifesto, n. 50)

I 7 giorni del Community manager

In principio c’era un Brand. Parlava molto di sé (ma non ascoltava). I suoi erano monologhi (non dialoghi). Tutto andava bene, era il pavone e veniva adorato. Finchè un giorno tutto cambiò e le persone smisero di credergli…

Fu allora che incontrò il Community manager, un personaggio davvero strano: si presentò così, senza giacca e cravatta, con una tavoletta magica in mano. Il CM gli propose di guidarlo verso la luce. Gli mostrò una grande piazza virtuale, dove le persone si incontravano, parlavano, scambiavano opinioni e condividevano interessi. “Partecipa a questa conversazione”, gli suggerì, “come uno di loro: con lo stesso linguaggio, con la stessa trasparenza, con la stessa freschezza. E ascolta: capirai cosa davvero vogliono da te!”.

Il Brand era diffidente, sapeva che avrebbe dovuto abbandonare tutto ciò in cui aveva creduto in passato. Ma l’esperienza gli suggeriva anche che era necessario rischiare, percorrere strade nuove.

“In 7 giorno creerò la tua comunità” gli disse il CM. Così tutto ebbe inizio…

Lunedì

Il CM aveva le chiavi di tanti regni, poteva spalancare le porte di tutti ma sapeva che non era la quantità a contare: era necessario separare la luce dalle tenebre, scegliendo quelli che potevano dare realmente dare valore al suo Brand. Ne scelse 3 e ad ognuno attribuì una funzione diversa:

- nel primo parlerò con la moltitudine perché voglio raggiungere tutti, condividere e raccontare la storia del Brand

- il secondo mi serve per dare un servizio al mio pubblico: sarò lì per rispondere a tutte le loro domande e ci sarò sempre, per prendermi cura di loro

- con il terzo voglio raggiungere un pubblico specifico, sono gli eletti che hanno il potere di influenzare tutti gli altri. Qui non dirò tutto, offrirò loro contenuti selezionati, imparerò la loro lingua per diventare uno di loro. E mi capiranno e parleranno bene di me.

E fu sera e fu mattina.

Martedì

“Abbiamo accesso al regno e aperto la porta di casa: ora rendiamola splendida.” Fu così che il CM rispolverò le sue attitudini creative e pensò come rendere queste dimore accoglienti, ma soprattutto sapeva che avrebbero dovuto rispecchiare fedelmente l’anima del Brand. Si avvalse allora di aiutanti speciali e li scelse bene, perché dovevano essere in grado di dare corpo a ciò che immaginava.

E tutto si riempì di messaggi, forme e colore.

Mercoledì

Queste case presto si sarebbero riempite di persone curiose. Una volta comparse sulle porta, avrebbero sbirciato dentro e sarebbero entrate, perché splendevano ed erano accoglienti. Ma il CM, che era saggio e lungimirante, sapeva che non sarebbe bastato. Non voleva una visita di passaggio, voleva che queste persone tornassero il giorno dopo e quello dopo ancora.

Avrebbe raccontato loro qualcosa di bello, qualcosa che avessero davvero voglia di ascoltare, per poi ascoltare la loro opinione. Una storia da narrare giorno per giorno, un appuntamento fisso davanti al fuoco, nel tappeto di casa. Fu così che il CM inventò la trama di questa storia.

E vide che la cosa era buona.

Giovedì

Non si invita un ospite a casa senza offrirgli qualcosa. Il CM sapeva che era essenziale fargli capire una cosa importante: non ti ospito qui per venderti qualcosa, non troverai cartelloni pubblicitari e ticket all’uscita. Troverai qualcosa che ti appassiona, troverai calore e rispetto. E te lo dimostrerò da subito.

Il CM confezionò per i suoi ospiti un regalo di benvenuto. Questo era un grazie, per il solo fatto di aver concesso la loro fiducia.

E tutto trovava un senso.

Venerdì

Le case erano pronte, il Brand le visitò, era contento e diede la sua approvazione. Ma non bastava. Il CM sancì con lui un sodalizio, un patto d’acciaio che li legava a doppio filo: sarebbe stato la sua ombra, depositario di tutti i segreti, a conoscenza di tutte le informazioni sul suo mondo. Perché sapeva che per essere credibile, questa storia doveva essere condivisa, ma soprattutto autentica.

E così avvenne.

Sabato

Il sesto giorno il CM aprì le porte al pubblico. E lo disse al mondo, sparse la voce, passò parola. Tutti dovevano sapere che c’era una nuova storia da raccontare loro! E che qualcuno li aspettava per sapere il loro parere.

E fece gli onori di casa, da bravo custode. Era l’inizio di un percorso, la nascita della community. Chi lo sa come sarebbe evoluta…magari gli ospiti stessi sarebbero diventati co-creatori di contenuti (perché no?), l’importante era accoglierli, parlarci e concedere loro quello spazio che fino ad allora non avevano avuto.

Il CM vide quanto aveva fatto e ne fu orgoglioso.

Domenica

Il settimo giorno, finalmente, il CM si riposò.

Finchè un cinguettìo lo svegliò brutalmente. Cosa credevate? Il CM è always-on. Ma questa è un’altra storia…

[Potrebbe interessarti anche questo post: Il Community manager: poco geek, per niente nerd, very cool?]

Dal manifesto all’invertising: viaggio nel tempo in tre fermate

Ho rivisto proprio ieri Midnight in Paris, l’ultimo film di Woody Allen. Il protagonista è un aspirante scrittore che, durante un soggiorno a Parigi, viaggia ogni notte indietro nel tempo. E’ la Parigi degli anni ’20, l’affascinante epoca in cui viene catapultato: proprio quella in cui avrebbe sempre sognato di vivere, affamato di quella fervida cultura di cui si sente privo. Ispirati da questo racconto, immaginiamo un viaggio nella storia della pubblicità: quale epoca scegliereste? Qual è quella che più delle altre ha lasciato il segno nel mondo della comunicazione?

Sarebbe difficile affrontare qui l’intero percorso di una storia lunga e densa di metamorfosi. Ma vi propongo tre tappe che sono a mio avviso me significative e ricche di fascino. Silenzio in sala, luci, azione!

I manifesti artistici

Seconda metà dell’800. Oltre ai quotidiani la pubblicità trova un importante canale di comunicazione: i manifestiImmagini, parole, colore si fondono, dando vita a delle vere e proprie espressioni artistiche! E’ Parigi a vedere la nascita del manifesto moderno come mezzo di informazione, comunicazione culturale e propaganda pubblicitaria. Chi non conosce le locandine di Henri de Toulouse-Lautrec dedicate al Moulin Rouge? I suoi soggetti e i contatti del pittore con la cultura e la Parigi del secolo sono stati determinanti nella formazione di un legame indissolubile tra arte e creazione pubblicitaria, ma anche tra quest’ultima e il contesto sociale che rappresenta: i manifesti come specchio della società.

Toulouse‐Lautrec elimina le didascalie illustrative ed introduce un principio che trova massima espressione nella comunicazione pubblicitaria contemporanea: comunicare un sentimento di appartenenza a un’élite elegante e raffinata, piuttosto che mostrare ed evidenziare il prodotto offerto. L’immagine del cartellone pubblicitario era divenuta talmente forte e facilmente identificabile con il prodotto o il servizio reclamizzato, da rendere superflua ogni descrizione e da poter essere facilmente compresa anche da un pubblico analfabeta.

I manifesti pubblicitari hanno rappresentano per tutto il corso del Novecento un importante campo di sperimentazione comunicativa e sopravvivono tutt’oggi nella loro versione più estrema, le pagine animate di un sito web. Ma credo che la loro espressione migliore sia stata quella delle origini – portata avanti negli anni della Avanguardie – proprio per questa caratterizzazione artigianale e autenticamente artistica.

Il Carosello

Italia, secondo dopoguerra. La réclame inizia ad essere connotata come qualcosa di negativo e da questo terreno fertile prende vita una forma di pubblicità televisiva unica al mondo: Carosello, una serie di filmati a puntate, seguiti da uno slogan. Siparietti comici, molto vicini alla cultura popolare, rappresentano il tentativo di integrare la nascente società dei consumi in un contesto legato alla tradizione nazionale. Sugli schermi degli italiani compaiono l’ippopotamo Pippo, testimonial dei pannolini Lines e Carmencita, portavoce del caffè Lavazza, accompagnata dall’inseparabile Caballero; un successo sorprendente che rende i due personaggi delle vere e proprie star, mentre le due aziende entrano prepotentemente nelle case di tutti gli italiani.

Carosello non può essere considerato semplicemente un contenitore di messaggi pubblicitari: la trama dello sketch è di per sé estranea al prodotto: è uno spettacolo dove il brand passa in secondo piano. Per questo è rimasta fra le trasmissioni televisive più amate, rappresentando un tipico appuntamento della famiglia italiana. E tutti a letto dopo Carosello! ;)

Invertising

E veniamo ai giorni nostri. Prendo spunto dal titolo del libro di uno dei comunicatori di maggior rilievo nel mondo pubblicitario: Paolo Iabichino, direttore creativo di Ogilvy. Invertising rappresenta un’inversione ad u rispetto all’advertising tradizionale, un passaggio dal monologo al dialogo per proporre una pubblicità diversa, rilevante e più vicina alle persone. E’ ormai superata e inefficace la comunicazione di tipo “push”, dove viene spinto un messaggio pubblicitario rivolto ad un target di massa. Per questo Iabichino suggerisce nuovi paradigmi che coinvolgano le persone (come ai tempi del Carosello!): la creatività diventa fondamentale per catalizzare l’attenzione del pubblico, che non dev’essere considerato semplicemente come target. Si cerca di ottenere consenso, non di persuadere. Si passa dalle idee agli ideali, dal contatto alla connessione, dall’estetica all’etica.

Un cambiamento dovuto e strettamente legato ad una nuova consapevolezza del cliente, più critico e informato. E alle dinamiche del web 2.0, che hanno avvicinato utenti ed aziende in un “rinnovato patto di fiducia”.

Questa è la fase che preferisco, quella di oggi, la fase dell’inversione di rotta. Quella dove finalmente dopo anni caratterizzati da una comunicazione a senso unico, si apre lo spiraglio di un dialogo autentico con quello che non è più corretto chiamare consumatore, ma “utente”.

Cosa ne pensate? Dove fermereste la vostra macchina del tempo?

Ho scritto questo articolo per [4]fourmarketing.

Fonti: L’evoluzione del manifesto artistico, Alessandro Zilio – Invertising, Paolo Iabichino

Relazioni Pubbliche nell’era dei social network: 6 regole da ricordare

Le Relazioni Pubbliche sono sempre esistite. Prima del giornalismo, prima della propaganda: sono l’espressione più esplicita dell’umanità. L’uomo è fatto per elaborare informazioni, ma soprattutto per comunicarle agli altri.

Fresca di consultazione pubblica internazionale, arriva dagli Stati Uniti la nuova definizione di Relazioni Pubbliche: un processo strategico di comunicazione che costruisce relazioni reciprocamente vantaggiose tra le organizzazioni ed i loro pubblici. (PRSAPublic Relations Society of America).

Le RP vengono riconosciute come processo di comunicazione strategica dunque, in una relazione simmetrica tra l’organizzazione e i pubblici di riferimento.

Ma cosa significa fare RP oggi?

I social media hanno condizionato fortemente le RP: all’attività tradizionale si affiancano nuovi linguaggi e processi, funzionali al web 2.0. Occuparsi di digital PR non significa semplicemente instaurare scambi reciprocamente vantaggiosi online, ma connotare la relazione di determinati elementi, tipici del web sociale: reciprocità, trasparenza, immediatezza, autenticità.

L’interazione online tra professionisti delle RP e gli interlocutori di riferimento, assume un linguaggio meno istituzionale di quello adottato nel classico scambio via mail o nella telefonata (non ci si da certo del lei in un tweet!). Questa informalità agevola il dialogo e lo rende più vero ma attenzione: il confine tra confidenza ed invadenza è labile per questo la costruzione di un rapporto solido e duraturo richiede tempo, pazienza e discrezione.

Le digital PR si sviluppano in due direzioni:

- attraverso l’attività di community management, sviluppando conversazioni a tema con il proprio pubblico di riferimento nei canali social dell’azienda

- sviluppando il cosiddetto buzz seeding, seminando quel passaparola utile a veicolare i messaggi aziendali lì dove possono essere ascoltati: nei forum, nelle community di riferimento, nei blog degli opinion leader.

6 semplici punti da ricordare per una attività di RP online efficace:

1) Avere un messaggio chiaro e incisivo: la Rete è densa di informazioni, quindi non basta catturare l’attenzione del lettore, bisogna fare in modo che il contenuto venga ricordato.

2) Abbandonare l’autoreferenzialità ed ascoltare: prima di parlare di noi, parliamo con il nostro pubblico. E quando parliamo di noi non lodiamoci: l’azienda “leader di settore” è 1.0.

3) Gestire le situazioni di crisi in modo efficace e tempestivo: il web non perdona, fondamentale un’attività di crisis management pianificata per non farsi cogliere impreparati in caso di criticità.

4) Non solo chiacchiere: un buon contenuto è la base, ma va posizionato bene e i vanno monitorati i feedback.

5) Il pubblico 2.0 è complesso e diversificato: attenzione ad individuare i destinatari giusti! Una conversazione nel posto sbagliato, non serve a nulla.

6) Immediatezza non si significa improvvisazione: pensare e ripensare prima di scrivere: i social media sono potenti strumenti di influenza sociale, e le dinamiche virali che si scatenano sono potentissime. Per questo va prestata la massima attenzione a ciò che si scrive, che rimane indelebile.

Grazie alle infinite possibilità che il web offre, mai come ora le RP possono considerarsi veramente importanti e finalmente in grado di integrare tutte le attività comunicative volte ad instaurare relazioni tra enti, aziende, strutture e persone. On e offline.

Noi iper-connessi! Severgnini docet.

Stamattina apro il mio iPad e leggo le ultime da Twitter. Un’abitudine ormai consolidata, come bere il caffè e leggere le prime pagine dei giornali. E mi imbatto in questo articolo di Beppe Severgnini,  giornalista che seguo da tempo immemore: Sette giorni fuori Rete. Nooo, il mio primo pensiero è stato: non potrei mai! Nel web ci lavoro, sarebbe impossibile evitare l’accesso in Rete per una settimana! Ma questa è una scusa.

Supponendo di delegare in toto il lavoro, ammetto che anche in vacanza leggerei i quotidiani online, cinguetterei beatamente sotto l’ombrellone, cercherei suggerimenti per la cena su TripAdvisor, farei il check-in su Foursquare e posterei le foto del mare su Feisbuc. Deviazione professionale o sindrome da always-on? Sono sicura che chi è abituato a navigare molto online capirà di cosa parlo, certe abitudini fanno pienamente parte della quotidianità di ciascuno di noi. Se avete bisogno di un’informazione su una località non la cercate certo sull’Atlante come si è trovato costretto a fare Beppe, ma la cercate su Google. Banalmente emblematico è anche il fatto che durante questo Festival di Sanremo la timeline di Twitter fosse invasa dai commenti sulla kermesse, minuto per minuto (al punto di non dover più ricorrere all’hashtag #sanremo!)

Eppure, dopo i primi giorni di difficile astinenza da internet, Severgnini scopre che ci si abitua in fretta a tutto, con alcuni vantaggi del caso: minori distrazioni, più concentrazione. Meno cose da fare, ma fatte meglio. Però a mezzanotte è subito su Twitter che “mi è mancato più della posta elettronica” ;)

Questo curioso esperimento mi ha fatto riflettere su due cose:

1. il divario digitale in Italia è così netto che c’è chi questo problema non se lo pone neanche lontanamente. Vive benissimo offline. Non ha uno smartphone, Twitter deve ancora capire cos’è,  sfoglia le Pagine Gialle cartacee. Al massimo controlla la mail, ma solo a lavoro (scoprirà che quella personale gli è stata chiusa per inattività). E non parlo necessariamente della casalinga di Voghera, tra i miei amici sono l’unica web addicted ad esempio.

2. privarsi dei vantaggi della tecnologia e delle possibilità che la Rete ci offre sarebbe stupido, si tratta di trovare il giusto equilibrio. Allora per non perdere la retta via probabilmente è sufficiente ricordarsi di bilanciare questi due mondi, lontani ma complementari: se posso sostituire una telefonata alla mail lo faccio volentieri, so che per evitare distrazioni mentre scrivo mi devo sconnettere da tutto: niente notifiche dal cellulare, niente accesso in Rete, Outlook chiuso. E lo stesso faccio la sera quando ho bisogno di staccare, cerco di riservarmi quelle due ore per scollegarmi completamente. E per la prossima vacanza lascerò a casa l’iPad! (Bugia).

E voi siete internet dipendenti? Come integrate vita online e offline?

Il Community manager: poco geek, per niente nerd, very cool?

Tra le nuove professioni del web 2.0, quella del Community manager è sicuramente tra le più affascinanti. Merito della sua natura ibrida, a metà tra il mondo dei comunicatori e quello degli smanettoni. Ma di cosa si occupa e quali sono le competenze di questa figura? Cerchiamo di capirne di più.

Le aziende iniziano a comprendere che devono essere presenti in Rete, servendosi del web 2.0 per alimentare una comunicazione completamente diversa dal passato, basata sull’interazione con i consumatori: da qui il moltiplicarsi di profili aziendali spalmati sulle varie piattaforme sociali, da Facebook a Twitter, da Google Plus a LinkedIn.

Ed ecco entrare in scena il Community manager (CM), a cui viene affidata la gestione della comunità virtuale: ne definirà la struttura e ne coordinerà i contenuti, alimentando e  moderando le discussioni all’interno della stessa. Opera nei Social Network, migrando dall’uno all’altro con eccezionale velocità e sviluppando un’inquietante propensione al multitasking: potreste sorprenderlo rispondere ad un commento su FB dal suo pc, mentre twitta dallo smartphone e posta una foto su Pinterest tramite iPad.

Solitamente proviene dal mondo della Comunicazione e delle RP: la sua priorità è infatti quella di gestire le relazione con gli utenti e proporre contenuti che destino il loro interesse, veicolando allo stesso tempo i messaggi aziendali. Le conoscenze informatiche ci devono essere ma sono basiche e funzionali al coordinamento dei professionisti (programmatori, grafici, web designer) con cui si interfaccia. Insomma, non chiedetegli di raccontarvi come si sviluppa un’App, piuttosto potreste chiedergli il significato di buzz seeding!

Dal Vangelo secondo il CM:

Scrivi 
A scrivere sono capaci tutti ma scrivere bene è un’altra cosa. Che nel web non significa essere Hemingway, bensì capacità di sintesi: less is more! Ecco, a volte è più difficile essere concisi che dilungarsi ma, ahimè, nei social network tutto corre velocemente, spazio e attenzione sono limitati. Il buon CM deve essere in grado di trasmettere un determinato messaggio in maniera chiara, concisa e…piacevole (perché non si tratta di telegrammi!). Tutto ciò richiede una certa abilità nel giocare con parole e punteggiatura. E aggiungiamoci pure qualche emoticons, perché il tono sia quanto più informale.

Pianifica
I contenuti postati nei vari profili social non sono casuali ma frutto di una pianificazione editoriale precisa. Di cosa parla la mia azienda, quali informazioni deve comunicare, quali valori vuole trasmettere? Da qui il CM stabilisce i temi su cui alimentare la conversazione, programmando le tempistiche di pubblicazione. Determinati messaggi possono trovare maggiore spazio di altri in base al valore che viene attribuito a ciascuna categoria di contenuti. Attenzione allo spam: pubblicare frequentemente non è indice di una buona gestione della community, meglio concentrarsi su pochi post ma di qualità che bombardare gli utenti (notoriamente vendicativi) con troppe informazioni, pena il temuto Defollow.

Monitora
Pianificare non basta, la programmazione deve essere flessibile perché va continuamente riassestata secondo i feedback ricevuti: nei social network è difficile determinare trend stabili, le preferenze degli utenti evolvono rapidamente e al crescere della comunità virtuale mutano le caratteristiche del network. L’attività di monitoraggio si basa sull’analisi di dati statistici e sulla valutazione del sentiment delle conversazioni; lo strumento Insights di FB è un valido esempio, ma sono svariate le app disponibili per misurare le performance della propria presenza in Rete.

Dialoga 
Il CM non propone monologhi ma interagisce con i propri interlocutori, cercando il dialogo con la comunità. Ardua impresa, non si ottiene riconoscimento dall’oggi al domani, ma consolidando giorno per giorno la propria reputazione online e conquistando a piccoli passi la fiducia degli utenti.

La prima regola, se di regole ce ne sono, è quella di integrare la proposta di buoni contenuti ad un linguaggio semplice e colloquiale. E’ parlando come nella vita di tutti i giorni che le persone riconoscono una conversazione autentica e non commerciale. Benvenga l’ironia, il che significa non prendersi troppo sul serio ma anche non pendere dalle labbra degli utenti: assecondarli a tutti i costi risulta fasullo! Il tutto va condito con presenza costante e tempestività di risposta.

E in caso di critica? Il CM sa bene che deve armarsi di pazienza: la censura è vietata. Anzi, è proprio dalla critica che si può cogliere l’opportunità di dimostrare al resto della community umiltà e prontezza di intervento. C’è una risposta per tutto e il buon CM sa uscirne sempre bene.

A proposito di dialogo, i vostri commenti sono preziosi! Fatevi avanti ;)

Ho scritto questo articolo per [4]marketing.biz.

Pinterest, un mondo di immagini da condividere

Marzo 2010 – Palo Alto, California. Nasce qui, non casualmente, il fenomeno Pinterest: un social photo sharing ancora in versione beta, esploso negli Stati Uniti e che pare spopolerà presto anche in Europa. Attualmente conterebbe quasi 4 milioni di iscritti, con un traffico cresciuto di sette volte negli ultimi cinque mesi e un valore societario quotato 200 milioni di dollari.

L’idea appartiene ad uno dei soci fondatori, Ben Silbermann, appassionato di collezionismo: perché non creare uno spazio nel web dove raccogliere immagini e video pescati in Rete, con la possibilità di organizzarli per categorie e condividerli con gli amici?

Pin significa puntina e il senso è proprio quello di appuntare queste immagini sulla propria bacheca digitale. Già, perché ognuno ha il proprio profilo dove classificare il materiale distribuendolo in contenitori chiamati Board.

L’azione diventa “social” nel momento in cui si seguono gli altri utenti (Follow, come su Twitter!), si fa Repin sulle loro foto (proprio come un Retweet!) o si esprime il proprio gradimento su di esse (Like, come su Facebook!), con la possibilità di commentarle nonché condividerle sulle altre piattaforme sociali.

Credo che fondamentalmente il bello di Pinterest sia la possibilità di ispirarsi: questo cercano le persone! E ci riescono, perché le immagini (e ancora di più i video) sono di semplice lettura, hanno un linguaggio di comunicazione immediato ed evocativo. Il tutto accresciuto dalla condivisione, che nell’era del 2.0, è un must.

La sensazione che ho navigando Pinterest è quella di immergermi in un mondo cool che stuzzica la creatività. Mi piace leggere i nomi che gli utenti scelgono per le proprie “lavagne”, farmi sedurre dalle grafiche più originali o cercare suggerimenti di moda per reinventare il mio stile. I contenuti sono i più disparati, dall’arte, alla tecnologia, all’arredo casa, perfino il giardinaggio.

L’analogia con Flickr è evidente ma la differenza in termini di funzionalità è abissale. Sarà interessante vedere l’uso di Pinterest da parte delle aziende: avranno a disposizione un nuovo canale di comunicazione ricco di potenzialità, che le obbligherà a pensare il brand in maniera creativa.

ll Time ha incluso Pinterest nei 50 migliori siti web del 2011 e solo navigandolo si può intuire perché piaccia così tanto! Per ora è solo in lingua inglese e si accede esclusivamente su invito: scrivetemi a francescafvlab@gmail.com per riceverne uno.

Vi incuriosisce? Siete già iscritti? Mi piacerebbe sentire il vostro parere, fatevi avanti.

Facebook ed il Frictionless sharing, questo incompreso

Frictionless sharing, ovvero “condivisione senza attrito”: si tratta di una delle novità presentate a settembre da Mark Zuckerberg, durante la conferenza F8 dedicata alle innovazioni di Facebook. Un nuovo modo di condividere i propri interessi che, secondo i paladini della privacy a tutti i costi, nasconderebbe una pericolosa minaccia all’utilizzo consapevole delle pratiche social da parte degli utenti. In cosa consiste questo subdolo meccanismo??? Lo sveliamo subito, per giungere alla conclusione che forse tanto nefasto non è…

Il frictionless sharing si lega ad una classe di applicazioni (attivabili in qualsiasi contesto digitale e basate sulla tecnologia “Open Graph”), che permette la pubblicazione automatica su Facebook delle nostre esperienze sul web, senza la necessità di cliccare su “condividi”. La musica che ascoltiamo, gli articoli che leggiamo, i video che visualizziamo: le nostre preferenze vengono tracciate e rese pubbliche nel ticker contenente gli aggiornamenti degli amici, visualizzabile in alto a destra in homepage.

Da una parte, non c’è bisogno di negarlo, Facebook fa la felicità delle aziende che possono profilare al meglio gli utenti tenendo traccia di ogni loro preferenza; un’enome possibilità commerciale quindi. Dall’altra ricordiamoci che in questo modo le aziende sono in grado di suggerirci ads quanto più vicini ai nostri interessi. E’ il segreto di pulcinella: sappiamo benissimo che la pubblicità esiste, fuori e dentro i social network!

Attenzione, la condivisione dei contenuti avviene automaticamente ma a monte di tutto c’è una scelta consapevole dell’utente, che autorizza un’applicazione: da questo punto in poi l’esperienza all’interno di quella piattaforma viene tracciata e resa pubblica senza bisogno di conferme. Scaricando un’app se ne accettano chiaramente le condizioni, descritte al momento dell’adesione.

Ma veniamo al punto più importante. Qual è l’opportunità che FB vuole offrire ai propri iscritti? Quello di coinvolgerli, stimolarli a condividere esperienze e passioni sulla base delle affinità con i propri amici. Il Social Reader lanciato dal Washington Post è un esempio perfetto per capire il valore di queste nuove app: è un giornale online, pensato per FB, dove la scelta delle notizie proposte è totalmente personalizzata sulla base degli interessi degli utenti. Interessi raccolti attraverso le informazioni del loro profilo, i Mi piace effettuati e sulle base degli articoli che gli amici stanno consultando attraverso lo stesso mezzo: Friends using Social Reader mostra infatti come i propri contatti stanno interagendo con i contenuti proposti dalla piattaforma. Lo trovo geniale!

A onor di cronaca, le critiche mosse nei confronti di questo sistema sono molteplici. Si dice che sia un modo per raggirare l’utente, con l’unico scopo di profilarlo; oppure che attraverso questo automatismo si perda ogni senso critico rispetto alla selezione dei contenuti da proporre pubblicamente agli amici. Vi invito a leggere l’apocalittica visione di Evgeny Morozov, in un articolo pubblicato per il Corriere della Sera, dove sconfina in affascinanti quanto visionarie riflessioni di natura ideologica.

Ricordiamoci che il valore alla base di un Social Network, è la condivisione. Liberi di non farlo! Siamo sempre liberi di scegliere, in realtà.


Ho scritto questo articolo per [4]Marketing.

LinkedIn, l’ABC del social network per il manager

Dicembre 2011 –  135 milioni di utenti in tutto il mondo in più di 200 Paesi, oltre 2 milioni in Italia e le iscrizioni avanzano al ritmo di più di 2 membri al secondo. Oltre 4 miliardi le ricerche eseguite sulla piattaforma fino al terzo trimestre 2011 ed un fatturato annuo che cresce ad un tasso del 120% annuo.

Parliamo di LinkedIn, la più grande rete professionale online al mondo, nata nel 2002 a Palo Alto e quotata in borsa da pochi mesi. Tutte le più grandi imprese e multinazionali sono presenti con i propri dirigenti e quadri. Più del 60% dei partecipanti sono persone hanno un’influenza diretta sulle decisioni chiave dell’azienda in merito ad acquisti di prodotti o servizi.

Ed i numeri sono destinati a crescere. Ѐ recente l’annuncio dell’apertura di una sede commerciale in Italia: LinkedIn sbarca a Milano, con lo scopo di aumentare la vendita dei prodotti enterprise della compagnia sul nostro mercato. Un mercato interessante, secondo il responsabile della sede Marcello Albergoni, che evidenza per l’Italia una crescita di utenti annua del 50%.

Date le premesse, si evince l’importanza di questo Social Network per l’azienda, PMI incluse. Non solo come mezzo per presentare il proprio CV, ma come strumento per individuare clienti, fornitori, partner, partecipare alle discussioni, aggregarsi ai gruppi d’interesse. Fare “networking”, è una pratica ormai consolidata per chi bazzica gli ambienti social; il plus di LinkedIn è che questo genere di contatti generano opportunità commerciali, aprendo un canale accessibile e funzionale al caotico mondo del business.

Il sistema si basa sulla teoria dei sei gradi di separazione, secondo la quale qualunque persona può essere collegata a qualunque altra attraverso una catena di conoscenze con non più di 5 intermediari. Ѐ possibile connettersi potenzialmente con tutti – sulla base di professionalità, esigenze ed interessi – sfruttando la propria rete di contatti e chiedendo di essere presentati. .

L’utente apre il proprio account, lo completa delle informazioni che descrivono la propria esperienza professionale ed inizia ad alimentare il proprio network di contatti attraverso lo strumento di ricerca. Con la possibilità inoltre di partecipare ai gruppi di discussione che ruotano attorno a temi specifici, di comunicare eventi, lanciare sondaggi, segnalare i propri contatti e farsi segnalare attraverso le raccomandazioni, nonché di postare aggiornamenti di sul proprio status, condividendo link e contenuti d’interesse per la community.  

Queste in linea generale le funzioni, ma l’azienda che uso può farne? LinkedIn offre la possibilità di creare pagine aziendali, dove postare news, pubblicare annunci di lavoro e promuovere i propri prodotti/servizi. A differenza dei profili personali, non è possibile invitare gli utenti con la classica richiesta di connessione, sono le persone stesse a diventare spontaneamente follower di un determinato brand. Per questo, per trarre miglior vantaggio da LinkedIn, è opportuno avvalersi non solo della pagina aziendale ma sfruttare anche i profili personali dei professionisti che ne fanno parte, ognuno con il suo bagaglio di contatti.

Un uso ragionato di questa piattaforma – orientato a degli obiettivi chiari e prefissati e supportato da un’approfondita conoscenza del mezzo – può aiutare manager e professionisti ad incrementare visibilità e reputazione propria e dell’azienda, fino a generare opportunità di business concrete.  Il tutto investendo pochissime risorse in termini di tempo e denaro.

I don’t know why. Aziende, Social Media e strategia.

“I don’t know why” cantava Stevie Wonder nel 1969. “Perchè? Non so perchè” ci propinava il bel Raz Degan in una nota pubblicità. E lo stesso ritornello oggi, da consulente, mi sento ripetere dalle aziende che vogliono essere presenti a tutti i costi nei Social Media, senza una valida motivazione. Beh, mettiamoci d’accordo su cosa intendiamo per valida, avete ragione! Sono da escludere come legittime:

- ci sono tutti, allora devo esserci anch’io

- non so più che pesci pigliare, proviamo questa strada

- sono tutte fesserie ma alla gente piace

Mi fanno accapponare la pelle. Ma sono i presupposti più comuni, chi fa consulenza lo sa. No problem,  il perché te lo spiego io! Sono qui apposta. Una volta che la mission sarà interiorizzata, lavoreremo insieme verso un obiettivo comune, in maniera empatica. Vi sembra scontato? Non lo è. Quello che vedo è una corsa affannosa nello stabilire cosa e come, trascurando quello che realmente porta valore alla strategia: il perché.

Qual è lo scopo, la base, il nucleo di questo piano? Quali sono i valori che richiama e perché l’azienda si identifica in questo? Ѐ indispensabile credere seriamente nel percorso che si sta intraprendendo. Se investo in un progetto, lo devo sentire mio, devo cucirmelo addosso perché poi sarò in grado di trasmettere questa passione anche all’esterno.

Pensate ad aziende come Nokia, Coca Cola, Apple, in grado di creare una brand awareness che va ben al di là di un marketing mix efficace ma che è radicata nei valori aziendali, in una mission chiara e coerente nel tempo. Gli strumenti, i dettagli, l’operatività sono una conseguenza, ma se manca il credo sarà dura raggiungere gli obiettivi prefissati.

Un concetto analogo a quello espresso da Simon Sinek – docente di comunicazione strategica alla Columbia University di New York – nel suo modello denominato Golden Circle. Secondo Sinek un vero leader ispiratore, a differenza di tutti, pone al centro della sua strategia la variabile WHY, da cui dipendono poi HOW e WHAT. Questo è il segreto del successo di grandi innovatori come Steve Jobs, un pensiero basato sul perché trascina, cattura e coinvolge non solo chi lavora al tuo fianco ma anche i clienti stessi. E’ un valore percepito.

Per questo credo fermamente che chi fa consulenza dovrebbe individuare prima di tutto uno scopo portante, credo che debba trasferire conoscenza per poter determinare una mission solida e condivisa. Un buon consulente ti spiega il PERCHE’, ti da qualcosa in cui credere. (Il cosa e il come lascialo a lui!).

E voi cosa ne pensate? Attendo i vostri commenti e vi suggerisco la visione di questo video dove Sinek racconta la sua affascinante teoria.

Opportunità ed insidie della Net Economy

Lo scorso 7 novembre ho partecipato come ospite alla presentazione del libro “Felici e sfruttati” di Carlo Formenti, incontro promosso e organizzato da Cna Vicenza.

Formenti, giornalista e docente universitario, sostiene una tesi radicale: Internet non ha ammorbidito il capitalismo, ne ha al contrario esaltato la capacità di cavalcare l’innovazione per sfruttare la creatività e il lavoro umani. Per i profeti della rivoluzione digitale l’obiettivo sarebbe quello di allevare una generazione di lavoratori della conoscenza flessibili, disciplinati e convinti di vivere nel migliore dei mondi possibili.

Da sostenitrice del Web 2.0, ho esposto le innumerevoli opportunità che la Rete interattiva mette a disposizione degli utenti e alle aziende, che dialogano in maniera paritaria, autentica e collaborativa. Mi soffermo su alcuni punti in particolare:

Wikinomics: le aziende chiedono ai prosumers di partecipare all’innovazione di prodotto con le loro idee: sfruttamento o opportunità? Sfruttamento secondo Formenti, perché gli utenti prestano la loro creatività gratuitamente e il profitto lo intasca l’azienda. Certo il confine è sottile, ma ricordiamo che chi partecipa a questi contest sono i fan della marca, che non vedono l’ora di prendere parte ad un’esperienza che li coinvolga. Lo scambio quindi, a mio avviso, è reciproco. Solo che l’azienda ottiene un ritorno monetario, l’utente gratifica un desiderio. Qualora si avverta il dubbio di essere sfruttati, si può sempre dire: no grazie.

Overload informativo: la Rete democratica ci sommerge di contenuti amatoriali, superficiali, fra i quali l’informazione di qualità si smarrisce. Abbiamo perso la capacità di filtrare? Probabilmente 50 anni di televisione hanno congelato determinate capacità cognitive, tuttavia ci appartengono ancora: possiamo farcela. Porrei invece l’attenzione sul fatto che, nonostante questo rumore di fondo, alcune voci di qualità hanno avuto la possibilità di emergere. E senza la Rete sarebbero probabilmente rimaste inascoltate.

Relazioni mediate: ci stiamo abituando a dialogare con le macchine invece che con le persone? Io dico che è un dialogo TRA persone PER MEZZO DI una macchina. E sostengo che le relazioni online debbano trovare riscontro nella vita reale, parlo ad esempio di quelle comunità di aggregazione che nascono grazie alla Rete consolidandosi poi in una comunità di fatto, reale. Allo stesso modo il marketing tradizionale non viene sostituito dal 2.0 ma lo completa.

Pur difendendo la Rete sociale, cerco di evitare gli estremismi. E’ bene che i discepoli della politica social mantengano un occhio critico nei confronti di questo fenomeno che sì, è un pozzo di possibilità, ma nasconde anche molte insidie. Chi adotta gli strumenti 2.0 dovrebbe dapprima condividerne i valori, è uno stato mentale prima di tutto! Altrimenti sì, andremo incontro al disastro.

Non gridiamo ai quattro venti che Rete significa libertà, non a tutti i costi: è progettata per essere democratica, ma dipende dall’uso che ne viene fatto. Nel caso delle proteste Tunisine, ad esempio, è stato un canale prezioso contro la censura, a favore dei rivoluzionari che hanno trovato il modo di esprimersi liberamente e denunciare le oppressioni. Nel caso delle rivolte iraniane invece, è stato il Regime ad avere la meglio, usando Internet per scovare gli oppositori ed inasprire la dittatura. Cosa se ne può dedurre? Probabilmente che Internet aiuta chi la sa usare meglio. Il giornalista Luca De Biase sostiene che il rischio è quello di aumentare le distanze sociali tra gli analfabeti digitali e chi, partendo da uno stato economico e culturale più avanzato, è portato ad usare le nuove tecnologie. Anche il noto esperto di nuovi media Evgenij Morozov afferma “Internet dà potere ai forti e disarma i deboli”.

Una cosa è certa: ci troviamo di fronte ad un mezzo potentissimo, ma è necessario un uso più consapevole. Noi operatori del settore dovremmo aiutare a veicolare uno spirito critico, invece di gridare semplicemente “più internet per tutti”. Sperando che le istituzioni facciano la loro parte, migliorando le infrastrutture e colmando il digital divide attraverso interventi mirati alla formazione dei cittadini. Ma questa è un’altra storia…

Ho scritto questo articolo per Agenzia Medialab.

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Artigiani 2.0: sapere e tradizione in Rete

Nel territorio vicentino in cui vivo, entro spesso a contatto con piccole aziende di produzione artigiana. Splendide realtà, ricche di tradizione, dove si respira l’arte del “saper fare” e la creatività passa attraverso mani speciali, con impronte d’artista. Solitamente si tratta di aziende a gestione familiare con una lunga storia alle spalle; una storia che evolve di generazione in generazione ma che vede sostanzialmente immutati i propri valori. E non mi capacito di constatare che tutte queste cose meravigliose non vengono raccontate, espresse, comunicate.

La Rete mette a disposizione un ventaglio di strumenti utili, che si prestano a valorizzare contesti di questo tipo. Immagino il piccolo laboratorio che decora ceramiche: un sapere tramandato da generazioni, una passione, una storia di arte e tradizione. La manualità operosa e creativa che conferisce ad ogni pezzo una speciale unicità ed il difetto che gli regala un’anima vissuta (pensate al valore di questi prodotti, nell’era del tailored). Una narrazione ricca di contenuti quindi, di quelli che le persone in Rete amano commentare, seguire e condividere. Perché riscoprono una dimensione suggestiva legata ai valori del passato e a quella  creatività Made in Italy così rappresentativa del tessuto produttivo nostrano.

Come spiega Andrea Granelli nel suo bellissimo libro Artigiani del digitale, le PMI sono modelli di impresa coerenti con gli sviluppi organizzativi suggeriti dalla digital economy (economie di rete, social networking, ecc.). Ma di fatto esiste un gap tra nuove tecnologie e produzione artigiana. Le piccole aziende, quelle “vecchio stampo”, nutrono diffidenza nei confronti del digitale, faticano a capirne dinamiche e potenzialità. Questo è dovuto in parte ad una barriera mentale rispetto ai nuovi strumenti (così distanti da chi magari è cresciuto con la tv in bianco e nero), ma è colpa anche di quell’informazione di massa che inflaziona in maniera superficiale determinati temi legati alla Rete. Le istituzioni dovrebbero puntare ad interventi formativi, ad iniziative che supportino la divulgazione della conoscenza. E anche gli operatori di servizi ICT hanno una responsabilità importante, quella di guidare l’azienda nella comprensione del mondo digitale.

Dimensione fisica e virtuale, apparentemente così distanti, possono essere interconnesse perché “la materia cerca leggerezza e significati e il virtuale corporeità e concretezza”. Mi auguro che i giovani artigiani, creativi ed innovatori (e figli dell’era digitale!) siano da esempio e da traino per l’intero settore: sono loro i primi che dovrebbero avvalersi degli strumenti offerti dal Web interattivo. Un blog dove raccontare le proprie idee ad esempio, mostrare i propri lavori e trasmettere saperi.

A questo proposito cito una bella iniziativa nata da poco in Rete: OmaVentiQuaranta è un blog dedicato interamente ai giovani artigiani dai venti ai quarant’anni, ideato e promosso dall’Osservatorio dei Mestieri d’Arte. L’aretina Lucia, scolpisce pezzi in bronzo ed acciaio, in un percorso artistico teso alla ricerca della bellezza; Stefano è un autodidatta formatosi nella bottega del padre, che non ama seguire regole nella realizzazione dei suoi gioielli; gli oggetti in carta creati da Giulia, lavorati in un laboratorio di restauro fiorentino, sono dei piccoli capolavori. Questi sono solo alcun dei protagonisti di OmaVentiQuaranta, una community di scambio e crescita per il variegato popolo del fatto a mano. Ecco cosa ci racconta Elonora Ciambellotti, responsabile del blog:

I giovani artigiani, rispetto alla generazione precedente, hanno capito che la rete è un importantissimo mezzo di comunicazione. Il nostro blog è nato con l’obiettivo di offrire loro una piattaforma dove interagire. E per fornire informazioni mirate su formazione, concorsi, normative e tutto ciò che può essere utile sapere per crescere in questo settore. Quali sono i riscontri? Visibilità, nuove opportunità. Gli artigiani hanno modo di “trovarsi” e conoscersi, scambiare idee e sviluppare collaborazioni. Il mondo dell’artigianato è un po’ lento nel trasformarsi; offriamo visibilità ad un settore che, nonostante “parli da solo”, ha bisogno di un canale di diffusione a largo spettro, immediato e diretto.”

Il mio messaggio alle PMI artigiane è: avete un potenziale immenso in termini di contenuti e valori da condividere. Raccontate una storia e rendetela parte dei processi comunitari, quelli che si alimentano online e che hanno il potere di diffondere e sostenere la cultura artigiana, Made in Italy.

Ho scritto questo articolo per [4]Marketing.

10 modi per coinvolgere i propri fan su Facebook

Sul blog di Jeff Bullas* (un guru del social marketing!), ho letto un interessante articolo, che suggerisce diverse modalità per interagire in maniera efficace con i fan su Facebook. Come coinvolgere il proprio pubblico di riferimento, ottenendo da loro feedback utili a migliorare il prodotto/servizio dell’azienda? Riassumo i 10 spunti elencati, che considero validi perchè molto pratici: al di là delle tante teorie che alimentano il trend del 2.0, ad un Community manager interessano gli aspetti operativi!

1. Post brevi

Un titolo esaustivo, un testo conciso. Evitare l’overload informativo! I post che non superano i 250 caratteri generano il 60% di like in più di quelli di lunghezza superiore.

2. Multimedialità

Non viviamo in un mondo a due dimensioni e l’era di Gutemberg è passata da un pezzo! Includete nei vostri post immagini e video, che coinvolgono l’utente generando fino al 180% in più di risposta rispetto ad un semplice post testuale.

3. Niente spam

Pubblicare diversi post al giorno è sinonimo di una presenza attiva sulla fanpage ma non necessariamente di una presenza di qualità! Meglio pochi post ma che abbiamo un valore aggiunto per i fan, che rischiare lo spam…

4. Chiedere opinioni

Chiedere un parere agli utenti (riguardo il lancio di un nuovo prodotto ad esempio) non solo rende partecipi gli utenti facendoli sentire importanti ma aiuta l’azienda stessa a decifrare con maggiore chiarezza i loro bisogni. Chiedete loro cosa vogliono, sono la vostra community ma anche i vostri clienti.

5. Il sondaggione

No non è un vecchio quiz di Mike Bongiorno, il sondaggio è un’applicazione disponibile nelle vostre fanpage, che permette di porre delle domande ai fan e tracciarne le risposte. Basta un click per votare: semplice, immediato, utile!

6. Riempi lo spazio

Può essere una via divertente per stimolare gli utenti a commentare il vostro post: invitarli a completare la frase genera un engagement superiore del 90% rispetto ad un normale post.

7. Informazioni esclusive

Offrite ai vostri fan informazioni in anteprima, esclusive. Contenuti speciali, anche prodotti da altri, come un viral video che non abbia già saturato la Rete.

8. Promozioni

Potete sfruttare la vostra fanpage per distribuire Coupon o lanciare promozioni.

9. Breaking news

Perchè non postare articoli di giornale che sono rilevanti per il vostro pubblico? Ampliate i contenuti proposti. Citare fonti autorevoli (detti mainstream) come una testata online nazionale, inoltre, vi rende più autorevoli a vostra volta.

10. Custom post

Se avete un pubblico eterogeneo potete circoscrivere, per un determinato post, i fan potenzialmente interessati a quel contenuto. Utile ad esempio a chi gestisce una fanpage internazionale, che ha la possibilità di selezionare i destinatari in base al Paese di provenienza.

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*Jeff Bullas è un oratore, blogger e consulente di marketing riconosciuto a livello internazionale, che presenzia conferenze internazionali e partecipa a gruppi di esperti, sul marketing digitale e i social media. Il suo blog viene letto in più di 115 paesi,  riceve oltre 100.000 contatti al mese ed è attualmente classificato tra i primi 60 blog di marketing del mondo secondo l’autorevole giudizio di Advertising Age Power 150 Rankings

Fanpage di successo: come?

Fondazione Cuoa pubblica i risultati complessivi dell’indagine: “Cosa vogliono gli utenti dalle pagine aziendali in Facebook?”, una ricerca inedita che aiuta a decifrare l’atteggiamento degli utenti rispetto alle Fanpage aziendali.

Cosa si aspettano e cosa desiderano leggere gli utenti quando consultano le business page nei social network? Quando e perchè decidono di abbandonare una pagina? L’indagine realizzata da Lorenzo Amadei e Claudia Zarabara, referenti dell’area Social media marketing di Fondazione Cuoa, indaga questi aspetti concentrandosi su un punto di vista ancora poco esplorato: quello dell’utente.

La survey – realizzata online tra aprile e maggio 2011, su un campione variegato di 849 utenti – mette in luce una serie di principi fondamentali ai quali le aziende dovrebbero porre attenzione, ai fini di un’efficiente  gestione della propria presenza social.

Partendo dal presupposto che l’utilizzo di Facebook è quotidiano per l’86% dei rispondenti, dalla ricerca emerge che più di 8 persone su 10 sono fan di almeno un’azienda, organizzazione o personaggio pubblico: un dato importante, che evidenzia la scelta consapevole degli utenti di dichiarare la propria vicinanza/identificazione con l’oggetto della propria preferenza. Favore accordato per lo più ad aziende (68%) e personaggi famosi (62,5%). In crescita le Istituzioni pubbliche (33,7%) che stanno iniziando ad utilizzare in maniera sempre più considerevole i social network.

L’effetto passaparola è la prima ragione di diffusione di una fanpage (74,7%), a discapito dei tradizionali motori di ricerca, newsletter ed advertising: è la viralità il volano della crescita in Rete. Esplorando invece le ragioni che spingono gli utenti a diventare fan, troviamo al primo posto interessi personali ed hobby (72.6%); ma il dato interessante è il 50% degli intervistati che manifesta un interesse professionale, a dimostrazione dell’utilità di questa piattaforma come biglietto da visita e come canale di ricerca di lavoro.

Esiste un limite massimo di “post tollerati”, gli utenti non gradiscono una presenza eccessiva: solo il 17% degli intervistati infatti ritiene positivo che l’azienda posti più volte al giorno. Ma gli utenti interagiscono con le fanpage? Il 75% del campione dichiara di aver contribuito al dialogo, pubblicando almeno un post, laddove questa possibilità non è preclusa dalle aziende stesse – scelta decisamente poco friendly! La pratica che ricorre più frequentemente da parte degli utenti è quella di ri-condividere i contenuti di interesse pubblicati nella pagina, un comportamento “attivo” che richiede un impegno minimo.

Un altro aspetto di importanza cruciale è capire cosa i fan si aspettano dalle pagine aziendali, dato che serve a tarare i contenuti in base alle esigenze del target. A dimostrazione del fatto che gli utenti desiderano coinvolgimento e attenzione,  il 43,2% degli intervistati si aspetta contenuti ed iniziative rivolte ai fan, il 34,8% maggiore attenzione alle richieste e suggerimenti postati. I primi tre fattori che spingono un fan a smettere di seguire una pagina sono: il numero eccessivo di messaggi (64,7%), messaggi troppo/solo pubblicitari (49,6%), lo stesso messaggio ripetuto troppe volte (41,5%).

In conclusione, le pagine pubbliche possono essere un potente strumento a disposizione delle aziende, a patto di prestare attenzione alle esigenze degli utenti: la necessità di una comunicazione trasparente, che li coinvolga in una conversazione alla pari, al di là di logiche prettamente commerciali. I fan non gradiscono i messaggi auto-referenziali, chiedono di essere ascoltati e di poter esprimere liberamente il proprio pensieri.

L’indagine completa è scaricabile qui. La presentazione è consultabile anche su Slideshare.

Ho scritto questo articolo per Agenzia Medialab.


Pensiero laterale ed intuito, al servizio dell’innovazione

Farsi dominare dall’ambiente o gestirlo. In qualsiasi situazione in cui ci viene richiesto di fornire risposte, adempiere ad un compito, elaborare soluzioni, abbiamo la possibilità di scegliere: seguire procedure preconfezionate o sperimentare nuove possibilità.

La tradizione, l’abitudine a fare le cose come si sono sempre fatte, sono pratiche spontanee che adottiamo nell’affrontare un problema. Chi ha più esperienza di noi ci ha insegnato come procedere, questo legittima la resistenza al cambiamento: il nostro know how è frutto di un apprendimento che ci riesce difficile mettere in discussione. Questo modus operandi, cui siamo stati abituati a partire dalla formazione scolastica, ha interiorizzato in noi l’idea che le risposte provengano dall’esterno. Inoltre proporre, sperimentare, inventare comporta un rischio, notoriamente difficile da assumere.

Contestualmente all’attuale congiuntura economica, è quanto mai indispensabile abbandonare ogni ostacolo al pensiero creativo. Perché dalla creatività nasce l’Innovazione, ancora di salvataggio per sopravvivere alla crisi. E i momenti di difficoltà possono essere colti come opportunità di cambiamento.

Diventiamo noi gli agenti di questo cambiamento, cominciando dalle piccole rivoluzioni quotidiane: il parere di un esperto può essere un buon punto di riferimento per indirizzare le nostre scelte professionali. Ma non è scontato che sia la verità assoluta; partiamo dal presupposto che la creatività è insita in noi, ascoltiamo quella voce che ci suggerisce nuove strade, nuove possibilità, abbandonando ogni schiavitù psicologica.

Il ricorso al “pensiero laterale” teorizzato dallo studioso Edward De Bono è una buona attitudine mentale, per favorire lo sviluppo di nuove idee. Significa superare i limiti del pensiero logico,  scardinare preconcetti e clichè alla ricerca di nuovi modi di organizzare mentalmente i concetti. Si tratta di stimolare un nuovo punto di vista sulle cose, probabilistico, senza appellarsi a definizioni e classificazioni. Una delle note tecniche proposte da De Bono è l’associazione mentale: la soluzione innovativa emerge accostando variabili apparentemente divergenti, lontane fra loro.

Ѐ da queste teorie che trae ispirazione il marketing laterale, un approccio utile per sviluppare nuovi prodotti/servizi, che rompono le logiche tradizionali (in termini di posizionamento, target, comunicazione, ecc.) o per ripensare i vecchi, in modo tale da soddisfare bisogni non considerati in precedenza.

A pochi giorni dalla scomparsa di Steve Jobs, non posso che portare il suo esempio, come emblema di pensiero innovativo: parliamo di un uomo che non si lasciava condizionare da principi precostituiti o dalla paura di sbagliare. Un agente del cambiamento, uno sperimentatore, un leader che ha cambiato il mondo con le sue idee. Leggendo la sua biografia mi è rimasto impresso questo aneddoto, che ci aiuta a comprendere l’importanza dell’associazione mentale: all’università Jobs frequenta un corso di calligrafia e rimane particolarmente affascinato dal valore artistico di questa disciplina, che  non aveva alcuna speranza di trovare applicazione pratica nella sua vita. Molti anni dopo le competenze apprese si rivelano invece lo spunto per ideare le celebri caratteristiche grafiche del Mac.

“Non facciamoci intrappolare dai dogmi, che vuol dire vivere seguendo i risultati del pensiero di altre persone. Non lasciamo che il rumore delle opinioni altrui offuschi la nostra voce interiore. E, cosa più importante di tutte, dobbiamo avere il coraggio di seguire la nostra intuizione.” Steve Jobs

Ho scritto questo articolo per MarketingArena.

IAB Forum Milano, si parte!

Stamattina a IAB Forum Milano, un incontro ricco di spunti interessanti sul futuro della comunicazione digitale! Ho seguito l’evento in streaming e twittato (@Medialab_live) quanto emerso in queste quattro ore di convegno.

E’ possibile leggere il mio resoconto qui.

Contro il digital divide, Vodafone lancia inFamiglia

Un portale dedicato alla famiglia, dove trovare informazioni, suggerimenti, spazi di confronto in tema di nuove tecnologie. Lo trovo un progetto utile e lodevole quello di Vodafone, da sempre promotrice di iniziative a carattere sociale.

Colmare la distanza tra nativi digitali e utenti meno esperti, questa la mission di inFamiglia. Una barriera che si palesa in primis all’interno del nucleo familiare, dove i figli insegnano ai genitori ad usare lo smartphone e a navigare sul web.

“Usare Internet in maniera sicura, consapevole ed utile” queste le parole di Manlio Costantini, direttore customer operation di Vodafone.it, che sottolinea l’importanza di mettere a confronto diverse generazioni per trovare un punto d’incontro. inFamiglia è un luogo di scambio e collaborazione non solo tra azienda e clienti, ma tra utenti stessi.

Video-intervista a Manlio Costantini.

Stay hungry, stay foolish. Ciao Steve.

Andarsene lasciando un segno nel mondo, non è da tutti. Steve Jobs, fondatore di Apple, muore a 56 anni, dopo una dura lotta contro il cancro.

Il Corriere della Sera gli dedica una fotostoria, dove vengono ripercorse le tappe fondamentali della sua illustre carriera. Mi piace ricordarlo così, un uomo e le sue creazioni.

Un altro contributo memorabile, è senz’altro il celebre discorso ai neolaureati di Stanford (2005). Il suo motto “Stay hungry, stay foolish” rimarrà nella storia.

Facebook rivoluziona il profilo con la Timeline

Grandi cambiamenti in vista per Facebook: la Timeline rivoluzionerà il nostro profilo!

In bacheca la storia della nostra vita. Un diario narrato attraverso foto, status, app, video…dal momento in cui siamo nati fino ad oggi. Saremo noi utenti a selezionare le informazioni salienti, scegliendo tra quelle che ci identificano maggiormente, scandite anno per anno.

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Francesca Valente

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