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Questa categoria contiene 8 articoli

Dal manifesto all’invertising: viaggio nel tempo in tre fermate

Ho rivisto proprio ieri Midnight in Paris, l’ultimo film di Woody Allen. Il protagonista è un aspirante scrittore che, durante un soggiorno a Parigi, viaggia ogni notte indietro nel tempo. E’ la Parigi degli anni ’20, l’affascinante epoca in cui viene catapultato: proprio quella in cui avrebbe sempre sognato di vivere, affamato di quella fervida cultura di cui si sente privo. Ispirati da questo racconto, immaginiamo un viaggio nella storia della pubblicità: quale epoca scegliereste? Qual è quella che più delle altre ha lasciato il segno nel mondo della comunicazione?

Sarebbe difficile affrontare qui l’intero percorso di una storia lunga e densa di metamorfosi. Ma vi propongo tre tappe che sono a mio avviso me significative e ricche di fascino. Silenzio in sala, luci, azione!

I manifesti artistici

Seconda metà dell’800. Oltre ai quotidiani la pubblicità trova un importante canale di comunicazione: i manifestiImmagini, parole, colore si fondono, dando vita a delle vere e proprie espressioni artistiche! E’ Parigi a vedere la nascita del manifesto moderno come mezzo di informazione, comunicazione culturale e propaganda pubblicitaria. Chi non conosce le locandine di Henri de Toulouse-Lautrec dedicate al Moulin Rouge? I suoi soggetti e i contatti del pittore con la cultura e la Parigi del secolo sono stati determinanti nella formazione di un legame indissolubile tra arte e creazione pubblicitaria, ma anche tra quest’ultima e il contesto sociale che rappresenta: i manifesti come specchio della società.

Toulouse‐Lautrec elimina le didascalie illustrative ed introduce un principio che trova massima espressione nella comunicazione pubblicitaria contemporanea: comunicare un sentimento di appartenenza a un’élite elegante e raffinata, piuttosto che mostrare ed evidenziare il prodotto offerto. L’immagine del cartellone pubblicitario era divenuta talmente forte e facilmente identificabile con il prodotto o il servizio reclamizzato, da rendere superflua ogni descrizione e da poter essere facilmente compresa anche da un pubblico analfabeta.

I manifesti pubblicitari hanno rappresentano per tutto il corso del Novecento un importante campo di sperimentazione comunicativa e sopravvivono tutt’oggi nella loro versione più estrema, le pagine animate di un sito web. Ma credo che la loro espressione migliore sia stata quella delle origini – portata avanti negli anni della Avanguardie – proprio per questa caratterizzazione artigianale e autenticamente artistica.

Il Carosello

Italia, secondo dopoguerra. La réclame inizia ad essere connotata come qualcosa di negativo e da questo terreno fertile prende vita una forma di pubblicità televisiva unica al mondo: Carosello, una serie di filmati a puntate, seguiti da uno slogan. Siparietti comici, molto vicini alla cultura popolare, rappresentano il tentativo di integrare la nascente società dei consumi in un contesto legato alla tradizione nazionale. Sugli schermi degli italiani compaiono l’ippopotamo Pippo, testimonial dei pannolini Lines e Carmencita, portavoce del caffè Lavazza, accompagnata dall’inseparabile Caballero; un successo sorprendente che rende i due personaggi delle vere e proprie star, mentre le due aziende entrano prepotentemente nelle case di tutti gli italiani.

Carosello non può essere considerato semplicemente un contenitore di messaggi pubblicitari: la trama dello sketch è di per sé estranea al prodotto: è uno spettacolo dove il brand passa in secondo piano. Per questo è rimasta fra le trasmissioni televisive più amate, rappresentando un tipico appuntamento della famiglia italiana. E tutti a letto dopo Carosello! ;)

Invertising

E veniamo ai giorni nostri. Prendo spunto dal titolo del libro di uno dei comunicatori di maggior rilievo nel mondo pubblicitario: Paolo Iabichino, direttore creativo di Ogilvy. Invertising rappresenta un’inversione ad u rispetto all’advertising tradizionale, un passaggio dal monologo al dialogo per proporre una pubblicità diversa, rilevante e più vicina alle persone. E’ ormai superata e inefficace la comunicazione di tipo “push”, dove viene spinto un messaggio pubblicitario rivolto ad un target di massa. Per questo Iabichino suggerisce nuovi paradigmi che coinvolgano le persone (come ai tempi del Carosello!): la creatività diventa fondamentale per catalizzare l’attenzione del pubblico, che non dev’essere considerato semplicemente come target. Si cerca di ottenere consenso, non di persuadere. Si passa dalle idee agli ideali, dal contatto alla connessione, dall’estetica all’etica.

Un cambiamento dovuto e strettamente legato ad una nuova consapevolezza del cliente, più critico e informato. E alle dinamiche del web 2.0, che hanno avvicinato utenti ed aziende in un “rinnovato patto di fiducia”.

Questa è la fase che preferisco, quella di oggi, la fase dell’inversione di rotta. Quella dove finalmente dopo anni caratterizzati da una comunicazione a senso unico, si apre lo spiraglio di un dialogo autentico con quello che non è più corretto chiamare consumatore, ma “utente”.

Cosa ne pensate? Dove fermereste la vostra macchina del tempo?

Ho scritto questo articolo per [4]fourmarketing.

Fonti: L’evoluzione del manifesto artistico, Alessandro Zilio – Invertising, Paolo Iabichino

I don’t know why. Aziende, Social Media e strategia.

“I don’t know why” cantava Stevie Wonder nel 1969. “Perchè? Non so perchè” ci propinava il bel Raz Degan in una nota pubblicità. E lo stesso ritornello oggi, da consulente, mi sento ripetere dalle aziende che vogliono essere presenti a tutti i costi nei Social Media, senza una valida motivazione. Beh, mettiamoci d’accordo su cosa intendiamo per valida, avete ragione! Sono da escludere come legittime:

- ci sono tutti, allora devo esserci anch’io

- non so più che pesci pigliare, proviamo questa strada

- sono tutte fesserie ma alla gente piace

Mi fanno accapponare la pelle. Ma sono i presupposti più comuni, chi fa consulenza lo sa. No problem,  il perché te lo spiego io! Sono qui apposta. Una volta che la mission sarà interiorizzata, lavoreremo insieme verso un obiettivo comune, in maniera empatica. Vi sembra scontato? Non lo è. Quello che vedo è una corsa affannosa nello stabilire cosa e come, trascurando quello che realmente porta valore alla strategia: il perché.

Qual è lo scopo, la base, il nucleo di questo piano? Quali sono i valori che richiama e perché l’azienda si identifica in questo? Ѐ indispensabile credere seriamente nel percorso che si sta intraprendendo. Se investo in un progetto, lo devo sentire mio, devo cucirmelo addosso perché poi sarò in grado di trasmettere questa passione anche all’esterno.

Pensate ad aziende come Nokia, Coca Cola, Apple, in grado di creare una brand awareness che va ben al di là di un marketing mix efficace ma che è radicata nei valori aziendali, in una mission chiara e coerente nel tempo. Gli strumenti, i dettagli, l’operatività sono una conseguenza, ma se manca il credo sarà dura raggiungere gli obiettivi prefissati.

Un concetto analogo a quello espresso da Simon Sinek – docente di comunicazione strategica alla Columbia University di New York – nel suo modello denominato Golden Circle. Secondo Sinek un vero leader ispiratore, a differenza di tutti, pone al centro della sua strategia la variabile WHY, da cui dipendono poi HOW e WHAT. Questo è il segreto del successo di grandi innovatori come Steve Jobs, un pensiero basato sul perché trascina, cattura e coinvolge non solo chi lavora al tuo fianco ma anche i clienti stessi. E’ un valore percepito.

Per questo credo fermamente che chi fa consulenza dovrebbe individuare prima di tutto uno scopo portante, credo che debba trasferire conoscenza per poter determinare una mission solida e condivisa. Un buon consulente ti spiega il PERCHE’, ti da qualcosa in cui credere. (Il cosa e il come lascialo a lui!).

E voi cosa ne pensate? Attendo i vostri commenti e vi suggerisco la visione di questo video dove Sinek racconta la sua affascinante teoria.

Artigiani 2.0: sapere e tradizione in Rete

Nel territorio vicentino in cui vivo, entro spesso a contatto con piccole aziende di produzione artigiana. Splendide realtà, ricche di tradizione, dove si respira l’arte del “saper fare” e la creatività passa attraverso mani speciali, con impronte d’artista. Solitamente si tratta di aziende a gestione familiare con una lunga storia alle spalle; una storia che evolve di generazione in generazione ma che vede sostanzialmente immutati i propri valori. E non mi capacito di constatare che tutte queste cose meravigliose non vengono raccontate, espresse, comunicate.

La Rete mette a disposizione un ventaglio di strumenti utili, che si prestano a valorizzare contesti di questo tipo. Immagino il piccolo laboratorio che decora ceramiche: un sapere tramandato da generazioni, una passione, una storia di arte e tradizione. La manualità operosa e creativa che conferisce ad ogni pezzo una speciale unicità ed il difetto che gli regala un’anima vissuta (pensate al valore di questi prodotti, nell’era del tailored). Una narrazione ricca di contenuti quindi, di quelli che le persone in Rete amano commentare, seguire e condividere. Perché riscoprono una dimensione suggestiva legata ai valori del passato e a quella  creatività Made in Italy così rappresentativa del tessuto produttivo nostrano.

Come spiega Andrea Granelli nel suo bellissimo libro Artigiani del digitale, le PMI sono modelli di impresa coerenti con gli sviluppi organizzativi suggeriti dalla digital economy (economie di rete, social networking, ecc.). Ma di fatto esiste un gap tra nuove tecnologie e produzione artigiana. Le piccole aziende, quelle “vecchio stampo”, nutrono diffidenza nei confronti del digitale, faticano a capirne dinamiche e potenzialità. Questo è dovuto in parte ad una barriera mentale rispetto ai nuovi strumenti (così distanti da chi magari è cresciuto con la tv in bianco e nero), ma è colpa anche di quell’informazione di massa che inflaziona in maniera superficiale determinati temi legati alla Rete. Le istituzioni dovrebbero puntare ad interventi formativi, ad iniziative che supportino la divulgazione della conoscenza. E anche gli operatori di servizi ICT hanno una responsabilità importante, quella di guidare l’azienda nella comprensione del mondo digitale.

Dimensione fisica e virtuale, apparentemente così distanti, possono essere interconnesse perché “la materia cerca leggerezza e significati e il virtuale corporeità e concretezza”. Mi auguro che i giovani artigiani, creativi ed innovatori (e figli dell’era digitale!) siano da esempio e da traino per l’intero settore: sono loro i primi che dovrebbero avvalersi degli strumenti offerti dal Web interattivo. Un blog dove raccontare le proprie idee ad esempio, mostrare i propri lavori e trasmettere saperi.

A questo proposito cito una bella iniziativa nata da poco in Rete: OmaVentiQuaranta è un blog dedicato interamente ai giovani artigiani dai venti ai quarant’anni, ideato e promosso dall’Osservatorio dei Mestieri d’Arte. L’aretina Lucia, scolpisce pezzi in bronzo ed acciaio, in un percorso artistico teso alla ricerca della bellezza; Stefano è un autodidatta formatosi nella bottega del padre, che non ama seguire regole nella realizzazione dei suoi gioielli; gli oggetti in carta creati da Giulia, lavorati in un laboratorio di restauro fiorentino, sono dei piccoli capolavori. Questi sono solo alcun dei protagonisti di OmaVentiQuaranta, una community di scambio e crescita per il variegato popolo del fatto a mano. Ecco cosa ci racconta Elonora Ciambellotti, responsabile del blog:

I giovani artigiani, rispetto alla generazione precedente, hanno capito che la rete è un importantissimo mezzo di comunicazione. Il nostro blog è nato con l’obiettivo di offrire loro una piattaforma dove interagire. E per fornire informazioni mirate su formazione, concorsi, normative e tutto ciò che può essere utile sapere per crescere in questo settore. Quali sono i riscontri? Visibilità, nuove opportunità. Gli artigiani hanno modo di “trovarsi” e conoscersi, scambiare idee e sviluppare collaborazioni. Il mondo dell’artigianato è un po’ lento nel trasformarsi; offriamo visibilità ad un settore che, nonostante “parli da solo”, ha bisogno di un canale di diffusione a largo spettro, immediato e diretto.”

Il mio messaggio alle PMI artigiane è: avete un potenziale immenso in termini di contenuti e valori da condividere. Raccontate una storia e rendetela parte dei processi comunitari, quelli che si alimentano online e che hanno il potere di diffondere e sostenere la cultura artigiana, Made in Italy.

Ho scritto questo articolo per [4]Marketing.

Pensiero laterale ed intuito, al servizio dell’innovazione

Farsi dominare dall’ambiente o gestirlo. In qualsiasi situazione in cui ci viene richiesto di fornire risposte, adempiere ad un compito, elaborare soluzioni, abbiamo la possibilità di scegliere: seguire procedure preconfezionate o sperimentare nuove possibilità.

La tradizione, l’abitudine a fare le cose come si sono sempre fatte, sono pratiche spontanee che adottiamo nell’affrontare un problema. Chi ha più esperienza di noi ci ha insegnato come procedere, questo legittima la resistenza al cambiamento: il nostro know how è frutto di un apprendimento che ci riesce difficile mettere in discussione. Questo modus operandi, cui siamo stati abituati a partire dalla formazione scolastica, ha interiorizzato in noi l’idea che le risposte provengano dall’esterno. Inoltre proporre, sperimentare, inventare comporta un rischio, notoriamente difficile da assumere.

Contestualmente all’attuale congiuntura economica, è quanto mai indispensabile abbandonare ogni ostacolo al pensiero creativo. Perché dalla creatività nasce l’Innovazione, ancora di salvataggio per sopravvivere alla crisi. E i momenti di difficoltà possono essere colti come opportunità di cambiamento.

Diventiamo noi gli agenti di questo cambiamento, cominciando dalle piccole rivoluzioni quotidiane: il parere di un esperto può essere un buon punto di riferimento per indirizzare le nostre scelte professionali. Ma non è scontato che sia la verità assoluta; partiamo dal presupposto che la creatività è insita in noi, ascoltiamo quella voce che ci suggerisce nuove strade, nuove possibilità, abbandonando ogni schiavitù psicologica.

Il ricorso al “pensiero laterale” teorizzato dallo studioso Edward De Bono è una buona attitudine mentale, per favorire lo sviluppo di nuove idee. Significa superare i limiti del pensiero logico,  scardinare preconcetti e clichè alla ricerca di nuovi modi di organizzare mentalmente i concetti. Si tratta di stimolare un nuovo punto di vista sulle cose, probabilistico, senza appellarsi a definizioni e classificazioni. Una delle note tecniche proposte da De Bono è l’associazione mentale: la soluzione innovativa emerge accostando variabili apparentemente divergenti, lontane fra loro.

Ѐ da queste teorie che trae ispirazione il marketing laterale, un approccio utile per sviluppare nuovi prodotti/servizi, che rompono le logiche tradizionali (in termini di posizionamento, target, comunicazione, ecc.) o per ripensare i vecchi, in modo tale da soddisfare bisogni non considerati in precedenza.

A pochi giorni dalla scomparsa di Steve Jobs, non posso che portare il suo esempio, come emblema di pensiero innovativo: parliamo di un uomo che non si lasciava condizionare da principi precostituiti o dalla paura di sbagliare. Un agente del cambiamento, uno sperimentatore, un leader che ha cambiato il mondo con le sue idee. Leggendo la sua biografia mi è rimasto impresso questo aneddoto, che ci aiuta a comprendere l’importanza dell’associazione mentale: all’università Jobs frequenta un corso di calligrafia e rimane particolarmente affascinato dal valore artistico di questa disciplina, che  non aveva alcuna speranza di trovare applicazione pratica nella sua vita. Molti anni dopo le competenze apprese si rivelano invece lo spunto per ideare le celebri caratteristiche grafiche del Mac.

“Non facciamoci intrappolare dai dogmi, che vuol dire vivere seguendo i risultati del pensiero di altre persone. Non lasciamo che il rumore delle opinioni altrui offuschi la nostra voce interiore. E, cosa più importante di tutte, dobbiamo avere il coraggio di seguire la nostra intuizione.” Steve Jobs

Ho scritto questo articolo per MarketingArena.

Il valore della creatività nell’era digitale

Creatività: “l’arte o la capacità di creare e inventare”. Questo è quanto ci suggerisce sinteticamente Wikipedia. Ѐ difficile circoscrivere un concetto così vasto. Vasto quanto sottovalutato, aggiungo! Ed è proprio su questo aspetto che vorrei soffermarmi.

Ken Robinson – noto scrittore ed oratore, esperto in materia di educazione – sostiene che la scuola uccide la creatività: il sistema scolastico pubblico è venuto alla luce per rispondere ai bisogni dell’industrializzazione, le materie più proficue sono sempre state considerate la matematica e le lingue, mentre quelle artistiche risultano marginali (perché non funzionali alla professione!). Paul McCartney sosteneva di non essere mai stato capito a scuola, le sue attitudini non emergevano in quel contesto; ed è diventato uno dei Beatles. Uno straordinario musicista abile, non casualmente, anche nella recitazione e nella pittura.

Il sistema accademico ha plasmato il nostro modo di valutare l’intelligenza umana, valorizzando il ragionamento logico-razionale e stigmatizzando il talento creativo. Con l’inflazione di laureati attuale e la disoccupazione imperante, a fare la differenza potrebbe essere proprio un nuovo modo di impiegare la mente. Azzardo: se fossimo stati educati in maniera differente sapremmo fronteggiare questa rivoluzione, dominandola invece che subendola?

Non parlo di creatività legata unicamente a delle “idee vincenti”, mi riferisco ad un tipo di ragionamento open mind a partire dalle relazioni con le persone, aperto al cambiamento e all’apprendimento: quante volte rimaniamo ancorati alle nostre convinzioni appellandoci alla legge causa-effetto (“è così, perché è logico!”), mentre guardando le stesse cose da angolazioni diverse si aprono ai nostri occhi visioni nuove.

L’intelligenza è molto più varia di quello che ci hanno insegnato: Robinson ci ricorda che pensiamo visivamente, con i suoni, cinesteticamente, in termini astratti, in movimento. E, soprattutto, l’intelligenza è data dalla capacità di pensare integrando approcci disciplinari diversi. Questo mi porta a riflettere su quanto sia utile questo modo di impiegare la mente, nelle nuove occupazioni legate alla Rete.

Grazie alla rivoluzione digitale si sta delineando nel mercato l’esigenza di nuovi profili professionali, un ibrido tra informatici e comunicatori: hanno competenze tecniche, tecnologiche, ma devono saper curare anche i contenuti, scrivere (bene) e comunicare. Un contesto che si caratterizza per la sua immediatezza, dove i flussi informativi sono continui e le fonti illimitate, richiede la prontezza di abbandonare schemi di ragionamento standard in favore di un approccio innovativo. Il dialogo e l’interattività tipiche del Web 2.0 implicano il saper conversare con gli utenti. Utile quindi la valutazione secondo prospettive diverse, come detto in precedenza: ad un utente che commenta negativamente il mio prodotto, non posso rispondere che si sbaglia ed elencare elementi oggettivi a supporto della mia replica. Devo capire cosa lo conduce alla critica e individuare una risposta che lo sorprenda. Anche ammettendo di avere torto, se è la verità.

Sapere tecnologico ed umanistico, sinergia tra comparti e saperi diversi, tra artisti ed ingegneri. Immagino questo futuro grazie alla Rete, dando il giusto valore alla creatività.

L’immaginazione è più importante della conoscenza… E lo diceva un signore chiamato Albert Einstein.

Ho scritto questo articolo per [4]marketing.

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Volevo fare l’astronauta. (E poi?)

Questa mattina mi sono svegliata ripensando ad un episodio visto ieri: un bimbo ha in mano la foglia di un albero e, con sicurezza estrema, dice a sua madre: – questa è la mia barca! -. Una scena apparentemente banale rivela un modo del tutto speciale di intendere la realtà, quello dei bambini. Liberi da qualsiasi condizionamento, interpretano e trasformano fatti ed oggetti, esplorano, si sorprendono, amano. Sono visionari armati di fantasia, la loro spontanea curiosità rende grandiosa ogni piccola scoperta! Questa è la vera creatività, innata, che andiamo perdendo diventando adulti.

Cosa possiamo imparare da loro? Ci sono alcuni aspetti, utili anche per la professione, che voglio sottolineare nero su bianco. Una sorta di promemoria, di quelli che fa bene rileggere ogni tanto.

Senza curiosità non esiste scoperta

Sete di sapere. Questo fa la differenza. Quanti perché abbiamo smesso di chiedere? A quel seminario dove non abbiamo alzato la mano o al capo a cui non abbiamo chiesto il senso di quella direttiva: occasioni di crescita mancate, imprigionati dalla paura di domandare, di disturbare, dalla pigrizia. La curiosità ci invita a scoprire, riflettere e conoscere. E dalla conoscenza nasce l’ispirazione. La mattina leggendo i quotidiani, o esplorando le notizie curiose nei blog, la mia mente viaggia fra una miriade di nuove informazioni, che si incrociano ed elaborano idee. Non potrei mai scrivere se non fossi curiosa!

Cadere e rialzarsi

L’autocommiserazione è una malattia. Che colpisce solo gli adulti! I bambini cadono e si rialzano subito, senza tanti problemi. Adoro questo spirito battagliero. Ho letto recentemente l’interessante riflessione di un amico, sull’importanza di fare errori per migliorare. La società condanna ossessivamente l’errore, dovremmo invece ricordare che siamo umani, l’imperfezione è nella nostra natura. Coscienti del fatto che possiamo sbagliare e che non tutto è prevedibile e controllabile, sarà più facile liberarsi dall’ausilio del lamento facile. E riprovare.

Passione, in ogni cosa

Se lasci un bambino in una stanza vuota troverà certamente qualcosa da fare, come un amico immaginario con cui giocare. I bambini si buttano a capofitto, si immergono in ogni situazione che si presenta loro: trattasi di passione, proprio quella per cui anche la cosa più insignificante diventa un’esperienza meravigliosa. Noi adulti, invece, cerchiamo sempre all’esterno stimoli motivanti. La passione è un motore, che sta dentro di noi, probabilmente dobbiamo solo imparare ad alimentarlo. Prima di tutto amando ciò che facciamo! Io ad esempio ho imparato a trovare gratificazione nelle piccole vittorie quotidiane; ho degli obiettivi ma evito di rimuginare troppo sul futuro, altrimenti non mi godo il presente. Ѐ una semplice questione di prospettive: prestare attenzione agli aspetti positivi, piuttosto di fossilizzarsi sulle mancanze.

Libere associazioni, aprono la strada alla creatività  

Come si può vedere una barca in una foglia? Non c’è logica. Non credo che Picasso si ponesse il problema quando dipingeva un rombo al posto di una testa. La logica ci incatena a soluzioni limitate, mentre la nostra mente avrebbe la capacità di spaziare oltre il possibile. L’associazione mentale è un metodo che viene utilizzato anche nel brainstorming, con il fine di generare idee: si associa una determinata variabile ad elementi contigui, analoghi o contrastanti ad essa. Nella mia piccola esperienza ho notato che combinando mondi e concetti apparentemente lontani nascono le idee migliori.

Una sana ambizione: puntare in alto

Il nemico principale che abbiamo, nel realizzare le nostre aspirazioni, siamo noi stessi. Quante volte abbiamo pensato che un obiettivo era irraggiungibile, troppo difficile da perseguire? Abbiamo lasciato un sogno nel cassetto, perché sembrava impossibile. La perseveranza fa miracoli, è una strada da sperimentare! E anche puntare al massimo, aiuta. Se ci accontentiamo stagneremo per forza di cose in una situazione, comoda sì, ma poco appagante. Non parlo di quell’ambizione distruttiva di chi usa ogni mezzo, lecito e non, per arrivare: parlo di un’ambizione sana, ottimista, che invita a credere nelle proprie capacità. Perché il potenziale di ciascuno di noi è immenso. Dobbiamo allenarci a scoprire e coltivare i nostri talenti.

Perciò a un bambino che vi dirà – Voglio fare l’astronauta! – rispondete – Perché no? -.

Loro sì che puntano in alto.

Scrivere per il web: less is more

Stamattina leggevo un articolo in rete, pubblicato in un portale web che parla di design. Pesante, lungo, un mattone. Senza capoversi, un unico blocco testuale che conduce alla fine solo i più temerari, con nausea alla testa e occhi incrociati.

Il che mi ha fatto riflettere su due aspetti:

1. l’importanza di adattare il contenuto al canale di diffusione; il linguaggio del web è diverso dalla carta stampata! Gli utenti non leggono, scorrono il testo alla ricerca delle informazioni di interesse. Schematicità, scorrevolezza, ipertestualità sono indispensabili. Risaputo (o almeno così dovrebbe essere!).

2. “less is more”: è un modus operandi che sostengo da sempre, fin da quando ai tempi delle medie tagliavo frasi dal tema in classe, per ridurne la lunghezza. Mentre i miei compagni scrivevano “grande” per allungarli. Arrivare al punto, esprimere la sostanza, non divagare.

Piccoli accorgimenti anti-sbadiglio, al servizio della buona scrittura. Il web richiede semplicità e immediatezza, perché complicarsi la vita?

Per gli addetti ai lavori consiglio la lettura dell’articolo Dalla carta al web di Luisa Carrada e questo manuale: Scrivere 2.0 – Gli strumenti del Web 2.0 al servizio di chi scrive, di Luca Lorenzetti.

Biz Stone fa viaggiare le idee al Festival delle Città Impresa

La rete mi ha salvato ancora una volta! Ieri non ho potuto assistere direttamente ad Innovare paga - uno dei molteplici eventi programmati in occasione del Festival delle Città Impresa - ospitato presso il Lanificio Conte di Schio (Vi). Ma la conferenza era visibile anche in streaming, grazie a Telecomincontra e tutt’ora reperibile qui.

Così anch’io, dal divano di casa, ho potuto ascoltare le parole di Biz Stone, co-fondatore e direttore creativo di Twitter. Collegato via webcam, direttamente dalla Silicon Valley, Stone è intervenuto sul tema dell’innovazione: come i nuovi social media stanno completamente cambiando, oltre al modo di comunicare, anche il modo di sviluppare un business online.

Un’intervista che forse è più consono definire “chiacchierata”, con questo geniale imprenditore dall’estro creativo. Con estrema semplicità, Stone ha descritto le chiavi di un’innovazione di successo come Twitter. Le stesse su cui può puntare qualsiasi giovane dotato di un’idea, una visione in cui crede fortemente e che desidera trasformare in realtà. Tutte le più grandi aziende al mondo sono nate da un’idea su cui qualcuno ha investito in termini prima di tutto emotivi, rendendola spettacolare. Un punto di partenza comune, dunque.

Le parole che più mi hanno colpito sono proprio quelle che invitano i giovani a rischiare nel portare avanti la propria iniziativa, anche quando tutti intorno esortano il contrario.  Ciò che fa la differenza è proprio la convinzione personale, ma anche la consapevolezza di poter sbagliare e di sapersi rialzare: “per avere successo bisogna accettare di fallire in maniera spettacolare”. L’errore – tanto condannato in una mentalità protesa unicamente al risultato, tipicamente italiana – è visto come un’opportunità per migliorare. Il progetto di Twitter stesso, inizialmente considerato privo di valore aggiunto, è stato coronato poi dal lieto fine.

E ancora l’importanza della creatività, della cultura. Il sapere tecnologico, ingegneristico va necessariamente integrato a quello umanistico, per creare valore. La collaborazione tra comparti e saperi diversi, tra artisti ed ingegneri: questo è il futuro della rete secondo Stone. Perché la rete, prima di tutto, è uno spazio sociale.

Una visione illuminante. Un buon auspicio in particolare per i giovani, costretti a fare i conti con un mercato difficile, ma con il potere delle idee dalla loro parte.

Francesca Valente

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