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Questa categoria contiene 8 articoli

Il potere evocativo di Pinterest

Ripropongo qui la mia intervista a Pinterestitaly, dove ho espresso il mio parere sul social network del momento. E voi che ne pensate di Pinterest?

“Appassionata di arte, indipendente ed estroversa, Francesca Valente è esperta di Digital PR e Social Media Management. Nel suo blog FV Lab ha dato ampio spazio a Pinterest in un post descrivendolo come un mondo cool dal quale trarre ispirazione. Ho quindi deciso di intervistarla per sapere le sue impressioni da utente e da esperta del mondo dei social.

1) Come hai organizzato il tuo profilo su Pinterest? Tra le tue boards mi ha incuriosito quella relativa a Le freak so chic con la cover dedicata a Freaks, il film di Tom Browning del 1932 (un masterpiece!)

Fin da quand’ero piccola sfogliavo le riviste e conservavo le immagini che più mi colpivano: strappavo i fogli dal giornale e ne facevo un collage di forme, colori, messaggi che si confondevano. Poi ho cominciato a pescarle dalla Rete…Pinterest non poteva che fare al caso mio, colleziono le mie preziose fonti di ispirazione e le condivido con gli altri.

Credo molto nel potere evocativo della comunicazione visuale. Le immagini accendono la mia creatività, ne traggo ispirazione per stimolare mente e fantasia (cosa molto utile anche per il mio lavoro!). Ho organizzato il mio profilo semplicemente pensando alle mie passioni.

Le freak so chic descrive un mondo di personaggi, storie che rappresentano un modo di essere: “freak” sta per bizzarro, originale, anticonformista… Ammiro le persone che in un modo o nell’altro si distinguono dalla massa.

2) Ho visto che le boards sono dedicate ai tuoi interessi (cinema, moda, design), nessun riferimento alla tua professione. Pensi che Pinterest possa essere utile per la costruzione del personal branding 2.0 o che sia uno spazio dedicato solo alla condivisione dei propri interessi?

Penso possa esserlo, certo. Ma penso che ci siano social network che si prestano meglio a questo scopo, ad esempio Twitter. Si tratta puramente di una scelta personale: curo il mio personal branding già su diversi canali, su Pinterest e Instagram lascio che le persone conoscano un’altra me. L’onnipresenza è noiosa ;)

3) La predominanza dell’immagine sui testi appare un trend in ascesa vista la Timeline di Facebook e il recentissimo restyling di Google Plus. Secondo te i brand come potranno creare interazione in un social in cui l’immagine domina rispetto alle parole?

Sui social network funzionano di più immagini e video rispetto alle parole, un post associato a un’immagine ha il doppio di possibilità di attrarre l’attenzione di un utente. Le aziende non dovranno far altro che cavalcare l’onda di una tendenza già in atto, parliamo un trend in ascesa ben prima di Pinterest!

4) Stai già utilizzando Pinterest per i tuoi clienti? Ci sono profili di brand italiani che, a tuo parere, hanno costruito una buona strategia?

Ho riflettuto sull’ipotesi di aprire profili Pinterest per i miei clienti, ma non è ancora il momento per le PMI che seguo. Non penso sia necessario essere presenti in tutti i social network, sono a favore di un’accurata selezione: si scelgono solo i canali effettivamente strategici in funzione del target e del prodotto/servizio in questione.

Se le persone a cui si rivolge l’azienda non sono su un SN è davvero necessario esserci? Mi piace Pinterest, credo ci sia un potenziale anche per i piccoli brand, ma aspetto tempi più maturi per dichiarare che non si tratta di una bolla di sapone.

Un marchio italiano che a mio avviso ha costruito una buona strategia su Pinterest è Coin. Ha saputo “umanizzare” il brand scegliendo una comunicazione non autoreferenziale, questo è il vero valore!”

Un ringraziamento particolare a Paola Sangiovanni (@BarryLindon), co-fondatrice di Pinterestitaly (@pinterestitaly).



LinkedIn, l’ABC del social network per il manager

Dicembre 2011 -  135 milioni di utenti in tutto il mondo in più di 200 Paesi, oltre 2 milioni in Italia e le iscrizioni avanzano al ritmo di più di 2 membri al secondo. Oltre 4 miliardi le ricerche eseguite sulla piattaforma fino al terzo trimestre 2011 ed un fatturato annuo che cresce ad un tasso del 120% annuo.

Parliamo di LinkedIn, la più grande rete professionale online al mondo, nata nel 2002 a Palo Alto e quotata in borsa da pochi mesi. Tutte le più grandi imprese e multinazionali sono presenti con i propri dirigenti e quadri. Più del 60% dei partecipanti sono persone hanno un’influenza diretta sulle decisioni chiave dell’azienda in merito ad acquisti di prodotti o servizi.

Ed i numeri sono destinati a crescere. Ѐ recente l’annuncio dell’apertura di una sede commerciale in Italia: LinkedIn sbarca a Milano, con lo scopo di aumentare la vendita dei prodotti enterprise della compagnia sul nostro mercato. Un mercato interessante, secondo il responsabile della sede Marcello Albergoni, che evidenza per l’Italia una crescita di utenti annua del 50%.

Date le premesse, si evince l’importanza di questo Social Network per l’azienda, PMI incluse. Non solo come mezzo per presentare il proprio CV, ma come strumento per individuare clienti, fornitori, partner, partecipare alle discussioni, aggregarsi ai gruppi d’interesse. Fare “networking”, è una pratica ormai consolidata per chi bazzica gli ambienti social; il plus di LinkedIn è che questo genere di contatti generano opportunità commerciali, aprendo un canale accessibile e funzionale al caotico mondo del business.

Il sistema si basa sulla teoria dei sei gradi di separazione, secondo la quale qualunque persona può essere collegata a qualunque altra attraverso una catena di conoscenze con non più di 5 intermediari. Ѐ possibile connettersi potenzialmente con tutti - sulla base di professionalità, esigenze ed interessi - sfruttando la propria rete di contatti e chiedendo di essere presentati. .

L’utente apre il proprio account, lo completa delle informazioni che descrivono la propria esperienza professionale ed inizia ad alimentare il proprio network di contatti attraverso lo strumento di ricerca. Con la possibilità inoltre di partecipare ai gruppi di discussione che ruotano attorno a temi specifici, di comunicare eventi, lanciare sondaggi, segnalare i propri contatti e farsi segnalare attraverso le raccomandazioni, nonché di postare aggiornamenti di sul proprio status, condividendo link e contenuti d’interesse per la community.  

Queste in linea generale le funzioni, ma l’azienda che uso può farne? LinkedIn offre la possibilità di creare pagine aziendali, dove postare news, pubblicare annunci di lavoro e promuovere i propri prodotti/servizi. A differenza dei profili personali, non è possibile invitare gli utenti con la classica richiesta di connessione, sono le persone stesse a diventare spontaneamente follower di un determinato brand. Per questo, per trarre miglior vantaggio da LinkedIn, è opportuno avvalersi non solo della pagina aziendale ma sfruttare anche i profili personali dei professionisti che ne fanno parte, ognuno con il suo bagaglio di contatti.

Un uso ragionato di questa piattaforma – orientato a degli obiettivi chiari e prefissati e supportato da un’approfondita conoscenza del mezzo – può aiutare manager e professionisti ad incrementare visibilità e reputazione propria e dell’azienda, fino a generare opportunità di business concrete.  Il tutto investendo pochissime risorse in termini di tempo e denaro.

I don’t know why. Aziende, Social Media e strategia.

“I don’t know why” cantava Stevie Wonder nel 1969. “Perchè? Non so perchè” ci propinava il bel Raz Degan in una nota pubblicità. E lo stesso ritornello oggi, da consulente, mi sento ripetere dalle aziende che vogliono essere presenti a tutti i costi nei Social Media, senza una valida motivazione. Beh, mettiamoci d’accordo su cosa intendiamo per valida, avete ragione! Sono da escludere come legittime:

- ci sono tutti, allora devo esserci anch’io

- non so più che pesci pigliare, proviamo questa strada

- sono tutte fesserie ma alla gente piace

Mi fanno accapponare la pelle. Ma sono i presupposti più comuni, chi fa consulenza lo sa. No problem,  il perché te lo spiego io! Sono qui apposta. Una volta che la mission sarà interiorizzata, lavoreremo insieme verso un obiettivo comune, in maniera empatica. Vi sembra scontato? Non lo è. Quello che vedo è una corsa affannosa nello stabilire cosa e come, trascurando quello che realmente porta valore alla strategia: il perché.

Qual è lo scopo, la base, il nucleo di questo piano? Quali sono i valori che richiama e perché l’azienda si identifica in questo? Ѐ indispensabile credere seriamente nel percorso che si sta intraprendendo. Se investo in un progetto, lo devo sentire mio, devo cucirmelo addosso perché poi sarò in grado di trasmettere questa passione anche all’esterno.

Pensate ad aziende come Nokia, Coca Cola, Apple, in grado di creare una brand awareness che va ben al di là di un marketing mix efficace ma che è radicata nei valori aziendali, in una mission chiara e coerente nel tempo. Gli strumenti, i dettagli, l’operatività sono una conseguenza, ma se manca il credo sarà dura raggiungere gli obiettivi prefissati.

Un concetto analogo a quello espresso da Simon Sinek – docente di comunicazione strategica alla Columbia University di New York – nel suo modello denominato Golden Circle. Secondo Sinek un vero leader ispiratore, a differenza di tutti, pone al centro della sua strategia la variabile WHY, da cui dipendono poi HOW e WHAT. Questo è il segreto del successo di grandi innovatori come Steve Jobs, un pensiero basato sul perché trascina, cattura e coinvolge non solo chi lavora al tuo fianco ma anche i clienti stessi. E’ un valore percepito.

Per questo credo fermamente che chi fa consulenza dovrebbe individuare prima di tutto uno scopo portante, credo che debba trasferire conoscenza per poter determinare una mission solida e condivisa. Un buon consulente ti spiega il PERCHE’, ti da qualcosa in cui credere. (Il cosa e il come lascialo a lui!).

E voi cosa ne pensate? Attendo i vostri commenti e vi suggerisco la visione di questo video dove Sinek racconta la sua affascinante teoria.

Opportunità ed insidie della Net Economy

Lo scorso 7 novembre ho partecipato come ospite alla presentazione del libro “Felici e sfruttati” di Carlo Formenti, incontro promosso e organizzato da Cna Vicenza.

Formenti, giornalista e docente universitario, sostiene una tesi radicale: Internet non ha ammorbidito il capitalismo, ne ha al contrario esaltato la capacità di cavalcare l’innovazione per sfruttare la creatività e il lavoro umani. Per i profeti della rivoluzione digitale l’obiettivo sarebbe quello di allevare una generazione di lavoratori della conoscenza flessibili, disciplinati e convinti di vivere nel migliore dei mondi possibili.

Da sostenitrice del Web 2.0, ho esposto le innumerevoli opportunità che la Rete interattiva mette a disposizione degli utenti e alle aziende, che dialogano in maniera paritaria, autentica e collaborativa. Mi soffermo su alcuni punti in particolare:

Wikinomics: le aziende chiedono ai prosumers di partecipare all’innovazione di prodotto con le loro idee: sfruttamento o opportunità? Sfruttamento secondo Formenti, perché gli utenti prestano la loro creatività gratuitamente e il profitto lo intasca l’azienda. Certo il confine è sottile, ma ricordiamo che chi partecipa a questi contest sono i fan della marca, che non vedono l’ora di prendere parte ad un’esperienza che li coinvolga. Lo scambio quindi, a mio avviso, è reciproco. Solo che l’azienda ottiene un ritorno monetario, l’utente gratifica un desiderio. Qualora si avverta il dubbio di essere sfruttati, si può sempre dire: no grazie.

Overload informativo: la Rete democratica ci sommerge di contenuti amatoriali, superficiali, fra i quali l’informazione di qualità si smarrisce. Abbiamo perso la capacità di filtrare? Probabilmente 50 anni di televisione hanno congelato determinate capacità cognitive, tuttavia ci appartengono ancora: possiamo farcela. Porrei invece l’attenzione sul fatto che, nonostante questo rumore di fondo, alcune voci di qualità hanno avuto la possibilità di emergere. E senza la Rete sarebbero probabilmente rimaste inascoltate.

Relazioni mediate: ci stiamo abituando a dialogare con le macchine invece che con le persone? Io dico che è un dialogo TRA persone PER MEZZO DI una macchina. E sostengo che le relazioni online debbano trovare riscontro nella vita reale, parlo ad esempio di quelle comunità di aggregazione che nascono grazie alla Rete consolidandosi poi in una comunità di fatto, reale. Allo stesso modo il marketing tradizionale non viene sostituito dal 2.0 ma lo completa.

Pur difendendo la Rete sociale, cerco di evitare gli estremismi. E’ bene che i discepoli della politica social mantengano un occhio critico nei confronti di questo fenomeno che sì, è un pozzo di possibilità, ma nasconde anche molte insidie. Chi adotta gli strumenti 2.0 dovrebbe dapprima condividerne i valori, è uno stato mentale prima di tutto! Altrimenti sì, andremo incontro al disastro.

Non gridiamo ai quattro venti che Rete significa libertà, non a tutti i costi: è progettata per essere democratica, ma dipende dall’uso che ne viene fatto. Nel caso delle proteste Tunisine, ad esempio, è stato un canale prezioso contro la censura, a favore dei rivoluzionari che hanno trovato il modo di esprimersi liberamente e denunciare le oppressioni. Nel caso delle rivolte iraniane invece, è stato il Regime ad avere la meglio, usando Internet per scovare gli oppositori ed inasprire la dittatura. Cosa se ne può dedurre? Probabilmente che Internet aiuta chi la sa usare meglio. Il giornalista Luca De Biase sostiene che il rischio è quello di aumentare le distanze sociali tra gli analfabeti digitali e chi, partendo da uno stato economico e culturale più avanzato, è portato ad usare le nuove tecnologie. Anche il noto esperto di nuovi media Evgenij Morozov afferma “Internet dà potere ai forti e disarma i deboli”.

Una cosa è certa: ci troviamo di fronte ad un mezzo potentissimo, ma è necessario un uso più consapevole. Noi operatori del settore dovremmo aiutare a veicolare uno spirito critico, invece di gridare semplicemente “più internet per tutti”. Sperando che le istituzioni facciano la loro parte, migliorando le infrastrutture e colmando il digital divide attraverso interventi mirati alla formazione dei cittadini. Ma questa è un’altra storia…

Ho scritto questo articolo per Agenzia Medialab.

Può interessarti anche questo post Professioni liquide.

Il valore della creatività nell’era digitale

Creatività: “l’arte o la capacità di creare e inventare”. Questo è quanto ci suggerisce sinteticamente Wikipedia. Ѐ difficile circoscrivere un concetto così vasto. Vasto quanto sottovalutato, aggiungo! Ed è proprio su questo aspetto che vorrei soffermarmi.

Ken Robinson – noto scrittore ed oratore, esperto in materia di educazione – sostiene che la scuola uccide la creatività: il sistema scolastico pubblico è venuto alla luce per rispondere ai bisogni dell’industrializzazione, le materie più proficue sono sempre state considerate la matematica e le lingue, mentre quelle artistiche risultano marginali (perché non funzionali alla professione!). Paul McCartney sosteneva di non essere mai stato capito a scuola, le sue attitudini non emergevano in quel contesto; ed è diventato uno dei Beatles. Uno straordinario musicista abile, non casualmente, anche nella recitazione e nella pittura.

Il sistema accademico ha plasmato il nostro modo di valutare l’intelligenza umana, valorizzando il ragionamento logico-razionale e stigmatizzando il talento creativo. Con l’inflazione di laureati attuale e la disoccupazione imperante, a fare la differenza potrebbe essere proprio un nuovo modo di impiegare la mente. Azzardo: se fossimo stati educati in maniera differente sapremmo fronteggiare questa rivoluzione, dominandola invece che subendola?

Non parlo di creatività legata unicamente a delle “idee vincenti”, mi riferisco ad un tipo di ragionamento open mind a partire dalle relazioni con le persone, aperto al cambiamento e all’apprendimento: quante volte rimaniamo ancorati alle nostre convinzioni appellandoci alla legge causa-effetto (“è così, perché è logico!”), mentre guardando le stesse cose da angolazioni diverse si aprono ai nostri occhi visioni nuove.

L’intelligenza è molto più varia di quello che ci hanno insegnato: Robinson ci ricorda che pensiamo visivamente, con i suoni, cinesteticamente, in termini astratti, in movimento. E, soprattutto, l’intelligenza è data dalla capacità di pensare integrando approcci disciplinari diversi. Questo mi porta a riflettere su quanto sia utile questo modo di impiegare la mente, nelle nuove occupazioni legate alla Rete.

Grazie alla rivoluzione digitale si sta delineando nel mercato l’esigenza di nuovi profili professionali, un ibrido tra informatici e comunicatori: hanno competenze tecniche, tecnologiche, ma devono saper curare anche i contenuti, scrivere (bene) e comunicare. Un contesto che si caratterizza per la sua immediatezza, dove i flussi informativi sono continui e le fonti illimitate, richiede la prontezza di abbandonare schemi di ragionamento standard in favore di un approccio innovativo. Il dialogo e l’interattività tipiche del Web 2.0 implicano il saper conversare con gli utenti. Utile quindi la valutazione secondo prospettive diverse, come detto in precedenza: ad un utente che commenta negativamente il mio prodotto, non posso rispondere che si sbaglia ed elencare elementi oggettivi a supporto della mia replica. Devo capire cosa lo conduce alla critica e individuare una risposta che lo sorprenda. Anche ammettendo di avere torto, se è la verità.

Sapere tecnologico ed umanistico, sinergia tra comparti e saperi diversi, tra artisti ed ingegneri. Immagino questo futuro grazie alla Rete, dando il giusto valore alla creatività.

L’immaginazione è più importante della conoscenza… E lo diceva un signore chiamato Albert Einstein.

Ho scritto questo articolo per [4]marketing.

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Volevo fare l’astronauta. (E poi?)

Questa mattina mi sono svegliata ripensando ad un episodio visto ieri: un bimbo ha in mano la foglia di un albero e, con sicurezza estrema, dice a sua madre: – questa è la mia barca! -. Una scena apparentemente banale rivela un modo del tutto speciale di intendere la realtà, quello dei bambini. Liberi da qualsiasi condizionamento, interpretano e trasformano fatti ed oggetti, esplorano, si sorprendono, amano. Sono visionari armati di fantasia, la loro spontanea curiosità rende grandiosa ogni piccola scoperta! Questa è la vera creatività, innata, che andiamo perdendo diventando adulti.

Cosa possiamo imparare da loro? Ci sono alcuni aspetti, utili anche per la professione, che voglio sottolineare nero su bianco. Una sorta di promemoria, di quelli che fa bene rileggere ogni tanto.

Senza curiosità non esiste scoperta

Sete di sapere. Questo fa la differenza. Quanti perché abbiamo smesso di chiedere? A quel seminario dove non abbiamo alzato la mano o al capo a cui non abbiamo chiesto il senso di quella direttiva: occasioni di crescita mancate, imprigionati dalla paura di domandare, di disturbare, dalla pigrizia. La curiosità ci invita a scoprire, riflettere e conoscere. E dalla conoscenza nasce l’ispirazione. La mattina leggendo i quotidiani, o esplorando le notizie curiose nei blog, la mia mente viaggia fra una miriade di nuove informazioni, che si incrociano ed elaborano idee. Non potrei mai scrivere se non fossi curiosa!

Cadere e rialzarsi

L’autocommiserazione è una malattia. Che colpisce solo gli adulti! I bambini cadono e si rialzano subito, senza tanti problemi. Adoro questo spirito battagliero. Ho letto recentemente l’interessante riflessione di un amico, sull’importanza di fare errori per migliorare. La società condanna ossessivamente l’errore, dovremmo invece ricordare che siamo umani, l’imperfezione è nella nostra natura. Coscienti del fatto che possiamo sbagliare e che non tutto è prevedibile e controllabile, sarà più facile liberarsi dall’ausilio del lamento facile. E riprovare.

Passione, in ogni cosa

Se lasci un bambino in una stanza vuota troverà certamente qualcosa da fare, come un amico immaginario con cui giocare. I bambini si buttano a capofitto, si immergono in ogni situazione che si presenta loro: trattasi di passione, proprio quella per cui anche la cosa più insignificante diventa un’esperienza meravigliosa. Noi adulti, invece, cerchiamo sempre all’esterno stimoli motivanti. La passione è un motore, che sta dentro di noi, probabilmente dobbiamo solo imparare ad alimentarlo. Prima di tutto amando ciò che facciamo! Io ad esempio ho imparato a trovare gratificazione nelle piccole vittorie quotidiane; ho degli obiettivi ma evito di rimuginare troppo sul futuro, altrimenti non mi godo il presente. Ѐ una semplice questione di prospettive: prestare attenzione agli aspetti positivi, piuttosto di fossilizzarsi sulle mancanze.

Libere associazioni, aprono la strada alla creatività  

Come si può vedere una barca in una foglia? Non c’è logica. Non credo che Picasso si ponesse il problema quando dipingeva un rombo al posto di una testa. La logica ci incatena a soluzioni limitate, mentre la nostra mente avrebbe la capacità di spaziare oltre il possibile. L’associazione mentale è un metodo che viene utilizzato anche nel brainstorming, con il fine di generare idee: si associa una determinata variabile ad elementi contigui, analoghi o contrastanti ad essa. Nella mia piccola esperienza ho notato che combinando mondi e concetti apparentemente lontani nascono le idee migliori.

Una sana ambizione: puntare in alto

Il nemico principale che abbiamo, nel realizzare le nostre aspirazioni, siamo noi stessi. Quante volte abbiamo pensato che un obiettivo era irraggiungibile, troppo difficile da perseguire? Abbiamo lasciato un sogno nel cassetto, perché sembrava impossibile. La perseveranza fa miracoli, è una strada da sperimentare! E anche puntare al massimo, aiuta. Se ci accontentiamo stagneremo per forza di cose in una situazione, comoda sì, ma poco appagante. Non parlo di quell’ambizione distruttiva di chi usa ogni mezzo, lecito e non, per arrivare: parlo di un’ambizione sana, ottimista, che invita a credere nelle proprie capacità. Perché il potenziale di ciascuno di noi è immenso. Dobbiamo allenarci a scoprire e coltivare i nostri talenti.

Perciò a un bambino che vi dirà – Voglio fare l’astronauta! – rispondete – Perché no? -.

Loro sì che puntano in alto.

Professioni liquide

Se – come espresso da Bauman – modernità, amore, vita, paura sono “liquide”1, la variabile lavoro non è da meno. Mai come oggi stiamo assistendo a un’evoluzione sostanziale di questa realtà, con la crescita preponderante di quelli che possiamo definire “professionisti della conoscenza”.

Sono ascrivibili alla categoria i lavoratori autonomi (freelance, liberi professionisti, collaboratori a progetto) che svolgono un’attività in proprio di tipo intellettuale, basata su competenze altamente specifiche e caratterizzata da una serie di peculiarità tipiche dell’era post-fordista: mobilità, flessibilità, individualismo, precarietà.

Mi riferisco in particolare ai lavoratori indipendenti di seconda generazione, nati dopo l’avvento di Internet. La Rete, questo luogo “senza spazio”, ha messo in gioco nuove modalità di vivere e organizzare l’attività lavorativa. Cambiano le dinamiche sociali, il dialogo con i propri interlocutori avviene da remoto, attraverso l’e-mail, la messaggistica istantanea, le video conferenze, i social media; la relazione passa attraverso la rete. Oltre a prescindere da una presenza fisica rispetto a una sede di lavoro, questa tipologia professionale è svincolata da ritmi predeterminati: il concetto di tempo assume una connotazione diversa, si dilata e frammenta in un orario che copre l’intera giornata, compresi week end e festivi, variando in base alle necessità. Molto spesso si lavora di più, in termini di occupazione mentale se non altro. Perché la vita lavorativa si confonde, si sovrappone con quella personale, rendendo labili i confini. La logica retributiva si trasforma, da una parte regna l’incertezza sul futuro, dall’altra le competenze di un professionista hanno un plus-valore che dovrebbe tradursi anche in un plus-valore economico. Dovrebbe, perché la situazione di mercato contingente fa sì che le competenze e il talento passino in secondo piano, ma questa è un’altra storia..

In un mondo popolato di lavoratori precari, un’epoca in cui la mobilità non è l’eccezione ma la regola, in cui – a differenza di un tempo – si tende a cambiare spesso professione e dove la Rete stravolge le dinamiche tradizionali, che valore assumerà il lavoro a tempo indeterminato?

Per ciò che concerne l’impiegatizio, Internet con il Web 2.0 sta cambiando radicalmente i vecchi archetipi e si tratta di una trasformazione che probabilmente imporrà il modello lavorativo del futuro, quello dei knowledge workers appunto. Non è utopistico ipotizzare che fra non molto non sarà più necessaria la presenza fisica nel posto di lavoro, l’organizzazione dell’attività sarà a totale discrezione del lavoratore e le prestazioni professionali saranno valutate unicamente per obiettivi raggiunti.

Tenendo presenti queste premesse qual è la direzione giusta per i giovani che stanno cercando la propria strada professionale? Puntare sul self management2, scoprirsi creativi inventando un lavoro che valorizzi un determinato talento e specializzarsi affinando le proprie competenze. Professioni che fino a qualche tempo fa non avremmo mai immaginato possibili sono una realtà in rapida diffusione, grazie alle nuove tecnologie.

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1Zygmunt Bauman è un sociologo e filosofo polacco. Nei suoi ultimi lavori, Bauman usa la metafora della “liquidità’ per spiegare incertezza e frenesia che attanagliano la società post moderna.

2 A proposito di personal branding trovo esemplificativa questa presentazione trovata su Slideshare: The Workplace of the Future: Where does your Personal Brand Fit?

La mia recensione del libro “Dovresti tornare a guidare il camion Elvis”, di Sebastiano Zanolli

Ed eccomi qui, a scrivere la recensione di questo che non posso chiamare semplicemente libro ma preferisco definire “guida verso il Possibile”.  Scriverò con la pancia, come insegna l’autore… perché è la cosa che mi riesce meglio. Alimentare il proprio talento è, d’altronde, il messaggio di questa riflessione nero su bianco, firmata Sebastiano Zanolli1.

Ho letto con sorprendente piacere queste pagine. Le ho sfogliate avidamente, scoprendo me stessa tra le righe e riconoscendo quelli che infondo sono sempre stati anche i miei pensieri. Nell’era dell’incertezza, abbiamo un famelico bisogno di qualcuno che ci sproni ad investire nelle nostre idee, anche quando tutto sembra non funzionare. Una voce fuori dal coro di coloro che invece ci invitano a mollare, a inseguire la stabilità a buon mercato, piuttosto che le proprie attitudini.

Un viaggio tra i limiti e le potenzialità che accomunano noi giovani occidentali, figli del benessere ma costantemente insoddisfatti. Una chiave per riconoscere la nostra vocazione, nutrirla e consolidarla. L’autorealizzazione, tanto ambita, ha un buon sapore…ma gli ingredienti devono esserci tutti per raggiungere l’obiettivo: passione, prima di tutto. Se non amiamo ciò che facciamo, finiremo per assopirci nel torpore della mediocrità. L’entusiasmo è veicolo di creatività e innovazione, ci rende propositivi e tutto sembra venire da sé…

Dalla luce della tempesta Ludwig van Beethoven lasciava nascere le sue sinfonie, diceva di ricercare senza sosta quello stato d’animo, di abbracciarlo senza ritegno o vergogna.

Ma non basta, sono indispensabili coraggio, pazienza e impermeabilità ai condizionamenti esterni: un’armatura su cui far scivolare la disapprovazione. E ancora spirito d’osservazione e apprendimento continuo.

Sembra un cammino spirituale descritto in questi termini e forse per certi versi lo è, nel momento in cui si  cerca di far emergere il proprio sé interiore. Ma Zanolli lo racconta con le parole del quotidiano, mettendoci di fronte a possibilità tangibili e alla portata di chiunque, dentro di sé, abbia il desiderio di dare un senso al proprio Tempo. Dando voce al proprio talento.

Om Mani Padme Hum

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1 Amministratore Delegato di 55DSL, azienda streetwear del Gruppo Diesel.

Francesca Valente

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