//
archives

Web

Questa categoria contiene 14 articoli

I 7 giorni del Community manager

In principio c’era un Brand. Parlava molto di sé (ma non ascoltava). I suoi erano monologhi (non dialoghi). Tutto andava bene, era il pavone e veniva adorato. Finchè un giorno tutto cambiò e le persone smisero di credergli…

Fu allora che incontrò il Community manager, un personaggio davvero strano: si presentò così, senza giacca e cravatta, con una tavoletta magica in mano. Il CM gli propose di guidarlo verso la luce. Gli mostrò una grande piazza virtuale, dove le persone si incontravano, parlavano, scambiavano opinioni e condividevano interessi. “Partecipa a questa conversazione”, gli suggerì, “come uno di loro: con lo stesso linguaggio, con la stessa trasparenza, con la stessa freschezza. E ascolta: capirai cosa davvero vogliono da te!”.

Il Brand era diffidente, sapeva che avrebbe dovuto abbandonare tutto ciò in cui aveva creduto in passato. Ma l’esperienza gli suggeriva anche che era necessario rischiare, percorrere strade nuove.

“In 7 giorno creerò la tua comunità” gli disse il CM. Così tutto ebbe inizio…

Lunedì

Il CM aveva le chiavi di tanti regni, poteva spalancare le porte di tutti ma sapeva che non era la quantità a contare: era necessario separare la luce dalle tenebre, scegliendo quelli che potevano dare realmente dare valore al suo Brand. Ne scelse 3 e ad ognuno attribuì una funzione diversa:

- nel primo parlerò con la moltitudine perché voglio raggiungere tutti, condividere e raccontare la storia del Brand

- il secondo mi serve per dare un servizio al mio pubblico: sarò lì per rispondere a tutte le loro domande e ci sarò sempre, per prendermi cura di loro

- con il terzo voglio raggiungere un pubblico specifico, sono gli eletti che hanno il potere di influenzare tutti gli altri. Qui non dirò tutto, offrirò loro contenuti selezionati, imparerò la loro lingua per diventare uno di loro. E mi capiranno e parleranno bene di me.

E fu sera e fu mattina.

Martedì

“Abbiamo accesso al regno e aperto la porta di casa: ora rendiamola splendida.” Fu così che il CM rispolverò le sue attitudini creative e pensò come rendere queste dimore accoglienti, ma soprattutto sapeva che avrebbero dovuto rispecchiare fedelmente l’anima del Brand. Si avvalse allora di aiutanti speciali e li scelse bene, perché dovevano essere in grado di dare corpo a ciò che immaginava.

E tutto si riempì di messaggi, forme e colore.

Mercoledì

Queste case presto si sarebbero riempite di persone curiose. Una volta comparse sulle porta, avrebbero sbirciato dentro e sarebbero entrate, perché splendevano ed erano accoglienti. Ma il CM, che era saggio e lungimirante, sapeva che non sarebbe bastato. Non voleva una visita di passaggio, voleva che queste persone tornassero il giorno dopo e quello dopo ancora.

Avrebbe raccontato loro qualcosa di bello, qualcosa che avessero davvero voglia di ascoltare, per poi ascoltare la loro opinione. Una storia da narrare giorno per giorno, un appuntamento fisso davanti al fuoco, nel tappeto di casa. Fu così che il CM inventò la trama di questa storia.

E vide che la cosa era buona.

Giovedì

Non si invita un ospite a casa senza offrirgli qualcosa. Il CM sapeva che era essenziale fargli capire una cosa importante: non ti ospito qui per venderti qualcosa, non troverai cartelloni pubblicitari e ticket all’uscita. Troverai qualcosa che ti appassiona, troverai calore e rispetto. E te lo dimostrerò da subito.

Il CM confezionò per i suoi ospiti un regalo di benvenuto. Questo era un grazie, per il solo fatto di aver concesso la loro fiducia.

E tutto trovava un senso.

Venerdì

Le case erano pronte, il Brand le visitò, era contento e diede la sua approvazione. Ma non bastava. Il CM sancì con lui un sodalizio, un patto d’acciaio che li legava a doppio filo: sarebbe stato la sua ombra, depositario di tutti i segreti, a conoscenza di tutte le informazioni sul suo mondo. Perché sapeva che per essere credibile, questa storia doveva essere condivisa, ma soprattutto autentica.

E così avvenne.

Sabato

Il sesto giorno il CM aprì le porte al pubblico. E lo disse al mondo, sparse la voce, passò parola. Tutti dovevano sapere che c’era una nuova storia da raccontare loro! E che qualcuno li aspettava per sapere il loro parere.

E fece gli onori di casa, da bravo custode. Era l’inizio di un percorso, la nascita della community. Chi lo sa come sarebbe evoluta…magari gli ospiti stessi sarebbero diventati co-creatori di contenuti (perché no?), l’importante era accoglierli, parlarci e concedere loro quello spazio che fino ad allora non avevano avuto.

Il CM vide quanto aveva fatto e ne fu orgoglioso.

Domenica

Il settimo giorno, finalmente, il CM si riposò.

Finchè un cinguettìo lo svegliò brutalmente. Cosa credevate? Il CM è always-on. Ma questa è un’altra storia…

[Potrebbe interessarti anche questo post: Il Community manager: poco geek, per niente nerd, very cool?]

Noi iper-connessi! Severgnini docet.

Stamattina apro il mio iPad e leggo le ultime da Twitter. Un’abitudine ormai consolidata, come bere il caffè e leggere le prime pagine dei giornali. E mi imbatto in questo articolo di Beppe Severgnini,  giornalista che seguo da tempo immemore: Sette giorni fuori Rete. Nooo, il mio primo pensiero è stato: non potrei mai! Nel web ci lavoro, sarebbe impossibile evitare l’accesso in Rete per una settimana! Ma questa è una scusa.

Supponendo di delegare in toto il lavoro, ammetto che anche in vacanza leggerei i quotidiani online, cinguetterei beatamente sotto l’ombrellone, cercherei suggerimenti per la cena su TripAdvisor, farei il check-in su Foursquare e posterei le foto del mare su Feisbuc. Deviazione professionale o sindrome da always-on? Sono sicura che chi è abituato a navigare molto online capirà di cosa parlo, certe abitudini fanno pienamente parte della quotidianità di ciascuno di noi. Se avete bisogno di un’informazione su una località non la cercate certo sull’Atlante come si è trovato costretto a fare Beppe, ma la cercate su Google. Banalmente emblematico è anche il fatto che durante questo Festival di Sanremo la timeline di Twitter fosse invasa dai commenti sulla kermesse, minuto per minuto (al punto di non dover più ricorrere all’hashtag #sanremo!)

Eppure, dopo i primi giorni di difficile astinenza da internet, Severgnini scopre che ci si abitua in fretta a tutto, con alcuni vantaggi del caso: minori distrazioni, più concentrazione. Meno cose da fare, ma fatte meglio. Però a mezzanotte è subito su Twitter che “mi è mancato più della posta elettronica” ;)

Questo curioso esperimento mi ha fatto riflettere su due cose:

1. il divario digitale in Italia è così netto che c’è chi questo problema non se lo pone neanche lontanamente. Vive benissimo offline. Non ha uno smartphone, Twitter deve ancora capire cos’è,  sfoglia le Pagine Gialle cartacee. Al massimo controlla la mail, ma solo a lavoro (scoprirà che quella personale gli è stata chiusa per inattività). E non parlo necessariamente della casalinga di Voghera, tra i miei amici sono l’unica web addicted ad esempio.

2. privarsi dei vantaggi della tecnologia e delle possibilità che la Rete ci offre sarebbe stupido, si tratta di trovare il giusto equilibrio. Allora per non perdere la retta via probabilmente è sufficiente ricordarsi di bilanciare questi due mondi, lontani ma complementari: se posso sostituire una telefonata alla mail lo faccio volentieri, so che per evitare distrazioni mentre scrivo mi devo sconnettere da tutto: niente notifiche dal cellulare, niente accesso in Rete, Outlook chiuso. E lo stesso faccio la sera quando ho bisogno di staccare, cerco di riservarmi quelle due ore per scollegarmi completamente. E per la prossima vacanza lascerò a casa l’iPad! (Bugia).

E voi siete internet dipendenti? Come integrate vita online e offline?

Pinterest, un mondo di immagini da condividere

Marzo 2010 – Palo Alto, California. Nasce qui, non casualmente, il fenomeno Pinterest: un social photo sharing ancora in versione beta, esploso negli Stati Uniti e che pare spopolerà presto anche in Europa. Attualmente conterebbe quasi 4 milioni di iscritti, con un traffico cresciuto di sette volte negli ultimi cinque mesi e un valore societario quotato 200 milioni di dollari.

L’idea appartiene ad uno dei soci fondatori, Ben Silbermann, appassionato di collezionismo: perché non creare uno spazio nel web dove raccogliere immagini e video pescati in Rete, con la possibilità di organizzarli per categorie e condividerli con gli amici?

Pin significa puntina e il senso è proprio quello di appuntare queste immagini sulla propria bacheca digitale. Già, perché ognuno ha il proprio profilo dove classificare il materiale distribuendolo in contenitori chiamati Board.

L’azione diventa “social” nel momento in cui si seguono gli altri utenti (Follow, come su Twitter!), si fa Repin sulle loro foto (proprio come un Retweet!) o si esprime il proprio gradimento su di esse (Like, come su Facebook!), con la possibilità di commentarle nonché condividerle sulle altre piattaforme sociali.

Credo che fondamentalmente il bello di Pinterest sia la possibilità di ispirarsi: questo cercano le persone! E ci riescono, perché le immagini (e ancora di più i video) sono di semplice lettura, hanno un linguaggio di comunicazione immediato ed evocativo. Il tutto accresciuto dalla condivisione, che nell’era del 2.0, è un must.

La sensazione che ho navigando Pinterest è quella di immergermi in un mondo cool che stuzzica la creatività. Mi piace leggere i nomi che gli utenti scelgono per le proprie “lavagne”, farmi sedurre dalle grafiche più originali o cercare suggerimenti di moda per reinventare il mio stile. I contenuti sono i più disparati, dall’arte, alla tecnologia, all’arredo casa, perfino il giardinaggio.

L’analogia con Flickr è evidente ma la differenza in termini di funzionalità è abissale. Sarà interessante vedere l’uso di Pinterest da parte delle aziende: avranno a disposizione un nuovo canale di comunicazione ricco di potenzialità, che le obbligherà a pensare il brand in maniera creativa.

ll Time ha incluso Pinterest nei 50 migliori siti web del 2011 e solo navigandolo si può intuire perché piaccia così tanto! Per ora è solo in lingua inglese e si accede esclusivamente su invito: scrivetemi a francescafvlab@gmail.com per riceverne uno.

Vi incuriosisce? Siete già iscritti? Mi piacerebbe sentire il vostro parere, fatevi avanti.

Facebook ed il Frictionless sharing, questo incompreso

Frictionless sharing, ovvero “condivisione senza attrito”: si tratta di una delle novità presentate a settembre da Mark Zuckerberg, durante la conferenza F8 dedicata alle innovazioni di Facebook. Un nuovo modo di condividere i propri interessi che, secondo i paladini della privacy a tutti i costi, nasconderebbe una pericolosa minaccia all’utilizzo consapevole delle pratiche social da parte degli utenti. In cosa consiste questo subdolo meccanismo??? Lo sveliamo subito, per giungere alla conclusione che forse tanto nefasto non è…

Il frictionless sharing si lega ad una classe di applicazioni (attivabili in qualsiasi contesto digitale e basate sulla tecnologia “Open Graph”), che permette la pubblicazione automatica su Facebook delle nostre esperienze sul web, senza la necessità di cliccare su “condividi”. La musica che ascoltiamo, gli articoli che leggiamo, i video che visualizziamo: le nostre preferenze vengono tracciate e rese pubbliche nel ticker contenente gli aggiornamenti degli amici, visualizzabile in alto a destra in homepage.

Da una parte, non c’è bisogno di negarlo, Facebook fa la felicità delle aziende che possono profilare al meglio gli utenti tenendo traccia di ogni loro preferenza; un’enome possibilità commerciale quindi. Dall’altra ricordiamoci che in questo modo le aziende sono in grado di suggerirci ads quanto più vicini ai nostri interessi. E’ il segreto di pulcinella: sappiamo benissimo che la pubblicità esiste, fuori e dentro i social network!

Attenzione, la condivisione dei contenuti avviene automaticamente ma a monte di tutto c’è una scelta consapevole dell’utente, che autorizza un’applicazione: da questo punto in poi l’esperienza all’interno di quella piattaforma viene tracciata e resa pubblica senza bisogno di conferme. Scaricando un’app se ne accettano chiaramente le condizioni, descritte al momento dell’adesione.

Ma veniamo al punto più importante. Qual è l’opportunità che FB vuole offrire ai propri iscritti? Quello di coinvolgerli, stimolarli a condividere esperienze e passioni sulla base delle affinità con i propri amici. Il Social Reader lanciato dal Washington Post è un esempio perfetto per capire il valore di queste nuove app: è un giornale online, pensato per FB, dove la scelta delle notizie proposte è totalmente personalizzata sulla base degli interessi degli utenti. Interessi raccolti attraverso le informazioni del loro profilo, i Mi piace effettuati e sulle base degli articoli che gli amici stanno consultando attraverso lo stesso mezzo: Friends using Social Reader mostra infatti come i propri contatti stanno interagendo con i contenuti proposti dalla piattaforma. Lo trovo geniale!

A onor di cronaca, le critiche mosse nei confronti di questo sistema sono molteplici. Si dice che sia un modo per raggirare l’utente, con l’unico scopo di profilarlo; oppure che attraverso questo automatismo si perda ogni senso critico rispetto alla selezione dei contenuti da proporre pubblicamente agli amici. Vi invito a leggere l’apocalittica visione di Evgeny Morozov, in un articolo pubblicato per il Corriere della Sera, dove sconfina in affascinanti quanto visionarie riflessioni di natura ideologica.

Ricordiamoci che il valore alla base di un Social Network, è la condivisione. Liberi di non farlo! Siamo sempre liberi di scegliere, in realtà.


Ho scritto questo articolo per [4]Marketing.

LinkedIn, l’ABC del social network per il manager

Dicembre 2011 –  135 milioni di utenti in tutto il mondo in più di 200 Paesi, oltre 2 milioni in Italia e le iscrizioni avanzano al ritmo di più di 2 membri al secondo. Oltre 4 miliardi le ricerche eseguite sulla piattaforma fino al terzo trimestre 2011 ed un fatturato annuo che cresce ad un tasso del 120% annuo.

Parliamo di LinkedIn, la più grande rete professionale online al mondo, nata nel 2002 a Palo Alto e quotata in borsa da pochi mesi. Tutte le più grandi imprese e multinazionali sono presenti con i propri dirigenti e quadri. Più del 60% dei partecipanti sono persone hanno un’influenza diretta sulle decisioni chiave dell’azienda in merito ad acquisti di prodotti o servizi.

Ed i numeri sono destinati a crescere. Ѐ recente l’annuncio dell’apertura di una sede commerciale in Italia: LinkedIn sbarca a Milano, con lo scopo di aumentare la vendita dei prodotti enterprise della compagnia sul nostro mercato. Un mercato interessante, secondo il responsabile della sede Marcello Albergoni, che evidenza per l’Italia una crescita di utenti annua del 50%.

Date le premesse, si evince l’importanza di questo Social Network per l’azienda, PMI incluse. Non solo come mezzo per presentare il proprio CV, ma come strumento per individuare clienti, fornitori, partner, partecipare alle discussioni, aggregarsi ai gruppi d’interesse. Fare “networking”, è una pratica ormai consolidata per chi bazzica gli ambienti social; il plus di LinkedIn è che questo genere di contatti generano opportunità commerciali, aprendo un canale accessibile e funzionale al caotico mondo del business.

Il sistema si basa sulla teoria dei sei gradi di separazione, secondo la quale qualunque persona può essere collegata a qualunque altra attraverso una catena di conoscenze con non più di 5 intermediari. Ѐ possibile connettersi potenzialmente con tutti – sulla base di professionalità, esigenze ed interessi – sfruttando la propria rete di contatti e chiedendo di essere presentati. .

L’utente apre il proprio account, lo completa delle informazioni che descrivono la propria esperienza professionale ed inizia ad alimentare il proprio network di contatti attraverso lo strumento di ricerca. Con la possibilità inoltre di partecipare ai gruppi di discussione che ruotano attorno a temi specifici, di comunicare eventi, lanciare sondaggi, segnalare i propri contatti e farsi segnalare attraverso le raccomandazioni, nonché di postare aggiornamenti di sul proprio status, condividendo link e contenuti d’interesse per la community.  

Queste in linea generale le funzioni, ma l’azienda che uso può farne? LinkedIn offre la possibilità di creare pagine aziendali, dove postare news, pubblicare annunci di lavoro e promuovere i propri prodotti/servizi. A differenza dei profili personali, non è possibile invitare gli utenti con la classica richiesta di connessione, sono le persone stesse a diventare spontaneamente follower di un determinato brand. Per questo, per trarre miglior vantaggio da LinkedIn, è opportuno avvalersi non solo della pagina aziendale ma sfruttare anche i profili personali dei professionisti che ne fanno parte, ognuno con il suo bagaglio di contatti.

Un uso ragionato di questa piattaforma – orientato a degli obiettivi chiari e prefissati e supportato da un’approfondita conoscenza del mezzo – può aiutare manager e professionisti ad incrementare visibilità e reputazione propria e dell’azienda, fino a generare opportunità di business concrete.  Il tutto investendo pochissime risorse in termini di tempo e denaro.

Opportunità ed insidie della Net Economy

Lo scorso 7 novembre ho partecipato come ospite alla presentazione del libro “Felici e sfruttati” di Carlo Formenti, incontro promosso e organizzato da Cna Vicenza.

Formenti, giornalista e docente universitario, sostiene una tesi radicale: Internet non ha ammorbidito il capitalismo, ne ha al contrario esaltato la capacità di cavalcare l’innovazione per sfruttare la creatività e il lavoro umani. Per i profeti della rivoluzione digitale l’obiettivo sarebbe quello di allevare una generazione di lavoratori della conoscenza flessibili, disciplinati e convinti di vivere nel migliore dei mondi possibili.

Da sostenitrice del Web 2.0, ho esposto le innumerevoli opportunità che la Rete interattiva mette a disposizione degli utenti e alle aziende, che dialogano in maniera paritaria, autentica e collaborativa. Mi soffermo su alcuni punti in particolare:

Wikinomics: le aziende chiedono ai prosumers di partecipare all’innovazione di prodotto con le loro idee: sfruttamento o opportunità? Sfruttamento secondo Formenti, perché gli utenti prestano la loro creatività gratuitamente e il profitto lo intasca l’azienda. Certo il confine è sottile, ma ricordiamo che chi partecipa a questi contest sono i fan della marca, che non vedono l’ora di prendere parte ad un’esperienza che li coinvolga. Lo scambio quindi, a mio avviso, è reciproco. Solo che l’azienda ottiene un ritorno monetario, l’utente gratifica un desiderio. Qualora si avverta il dubbio di essere sfruttati, si può sempre dire: no grazie.

Overload informativo: la Rete democratica ci sommerge di contenuti amatoriali, superficiali, fra i quali l’informazione di qualità si smarrisce. Abbiamo perso la capacità di filtrare? Probabilmente 50 anni di televisione hanno congelato determinate capacità cognitive, tuttavia ci appartengono ancora: possiamo farcela. Porrei invece l’attenzione sul fatto che, nonostante questo rumore di fondo, alcune voci di qualità hanno avuto la possibilità di emergere. E senza la Rete sarebbero probabilmente rimaste inascoltate.

Relazioni mediate: ci stiamo abituando a dialogare con le macchine invece che con le persone? Io dico che è un dialogo TRA persone PER MEZZO DI una macchina. E sostengo che le relazioni online debbano trovare riscontro nella vita reale, parlo ad esempio di quelle comunità di aggregazione che nascono grazie alla Rete consolidandosi poi in una comunità di fatto, reale. Allo stesso modo il marketing tradizionale non viene sostituito dal 2.0 ma lo completa.

Pur difendendo la Rete sociale, cerco di evitare gli estremismi. E’ bene che i discepoli della politica social mantengano un occhio critico nei confronti di questo fenomeno che sì, è un pozzo di possibilità, ma nasconde anche molte insidie. Chi adotta gli strumenti 2.0 dovrebbe dapprima condividerne i valori, è uno stato mentale prima di tutto! Altrimenti sì, andremo incontro al disastro.

Non gridiamo ai quattro venti che Rete significa libertà, non a tutti i costi: è progettata per essere democratica, ma dipende dall’uso che ne viene fatto. Nel caso delle proteste Tunisine, ad esempio, è stato un canale prezioso contro la censura, a favore dei rivoluzionari che hanno trovato il modo di esprimersi liberamente e denunciare le oppressioni. Nel caso delle rivolte iraniane invece, è stato il Regime ad avere la meglio, usando Internet per scovare gli oppositori ed inasprire la dittatura. Cosa se ne può dedurre? Probabilmente che Internet aiuta chi la sa usare meglio. Il giornalista Luca De Biase sostiene che il rischio è quello di aumentare le distanze sociali tra gli analfabeti digitali e chi, partendo da uno stato economico e culturale più avanzato, è portato ad usare le nuove tecnologie. Anche il noto esperto di nuovi media Evgenij Morozov afferma “Internet dà potere ai forti e disarma i deboli”.

Una cosa è certa: ci troviamo di fronte ad un mezzo potentissimo, ma è necessario un uso più consapevole. Noi operatori del settore dovremmo aiutare a veicolare uno spirito critico, invece di gridare semplicemente “più internet per tutti”. Sperando che le istituzioni facciano la loro parte, migliorando le infrastrutture e colmando il digital divide attraverso interventi mirati alla formazione dei cittadini. Ma questa è un’altra storia…

Ho scritto questo articolo per Agenzia Medialab.

Può interessarti anche questo post Professioni liquide.

Contro il digital divide, Vodafone lancia inFamiglia

Un portale dedicato alla famiglia, dove trovare informazioni, suggerimenti, spazi di confronto in tema di nuove tecnologie. Lo trovo un progetto utile e lodevole quello di Vodafone, da sempre promotrice di iniziative a carattere sociale.

Colmare la distanza tra nativi digitali e utenti meno esperti, questa la mission di inFamiglia. Una barriera che si palesa in primis all’interno del nucleo familiare, dove i figli insegnano ai genitori ad usare lo smartphone e a navigare sul web.

“Usare Internet in maniera sicura, consapevole ed utile” queste le parole di Manlio Costantini, direttore customer operation di Vodafone.it, che sottolinea l’importanza di mettere a confronto diverse generazioni per trovare un punto d’incontro. inFamiglia è un luogo di scambio e collaborazione non solo tra azienda e clienti, ma tra utenti stessi.

Video-intervista a Manlio Costantini.

Stay hungry, stay foolish. Ciao Steve.

Andarsene lasciando un segno nel mondo, non è da tutti. Steve Jobs, fondatore di Apple, muore a 56 anni, dopo una dura lotta contro il cancro.

Il Corriere della Sera gli dedica una fotostoria, dove vengono ripercorse le tappe fondamentali della sua illustre carriera. Mi piace ricordarlo così, un uomo e le sue creazioni.

Un altro contributo memorabile, è senz’altro il celebre discorso ai neolaureati di Stanford (2005). Il suo motto “Stay hungry, stay foolish” rimarrà nella storia.

Quanto spendono in lobby Facebook e Google [wired.it]

I due giganti hanno speso milioni di dollari per fare pressione sui politici americani. 

BigG si guadagna il primato di più grande lobbysta nel settore delle web-company, e tutto alla luce del sole. NegliStati Uniti, le pressioni da parte delle lobby sul Senato sono infatti regolate dal primo emendamento della Costituzione americana. Google non ha perso quest’occasione e da gennaio a luglio 2011 ha già sborsato ben 2 milioni di dollari. Ovviamente non è l’unico a versare ai politici cifre da capogiro: TechCrunch ha monitorato le spese dei giganti del web, e ha scoperto che tutti stanno aprendo sempre di più il portafogli.

Finora Google ha speso il 54% in più rispetto ai primi due quadrimestri dello scorso anno, e si calcola che entro questo dicembre avrà fatto scorrere dalle sue casse ben oltre i 5.2 milioni di dollari sganciati durante l’intero 2010. Mountain View ha addirittura sorpassato di poco il gigante Microsoft per quanto riguarda la spesa relativa al primo quadrimestre del 2011, distanziandolo di circa 130 mila dollari.

In questi ultimi mesi, Google ha sfruttato il suo potere economico per fare lobby su temi molto vicini agli interessi dell’ azienda. Si va dai regolamenti sulla pubblicità online fino alla proprietà intellettuale, i marchi registrati, la cybersicurezza e la privacy, passando per questioni più pressanti come la libertà di espressione, la censura, la riforma fiscale, l’accesso alla banda larga, il cloud computing e le energie rinnovabili. E presto, BigG dovrà anche intensificare i propri sforzi per stemperare un’iniziativaAntitrustlanciata dal Senato. Entro settembre, infatti, il presidente di Google, Eric Schmidt, dovrà presentarsi di fronte ad una commissione di Washington in occasione di un’indagine su alcune pratiche di concorrenza poco trasparenti adottate dall’azienda.

Anche Facebook si sta dando da fare per accrescere il proprio peso all’interno delle lobby, e nel secondo quadrimestre ha già speso 320 mila dollari. Nel 2010, il social network aveva versato un totale di 350 mila dollari, per cui ci si aspetta che Mark Zuckerberg voglia spingere sull’acceleratore e far lievitare gli investimenti ad almeno 1 milione di dollari per tutto il 2011.

Facebook sta a cuore soprattutto la regolazione delle software company, la restrizione dell’accesso a internet da parte di paesi stranieri, la riforma dei regolamenti dei brevetti, la sicurezza online, la privacy e l’uso del social network da parte degli uffici statali per regolare le politiche di investimento ambientale. Non a caso, Fb ha appena inaugurato un data center sostenibile a Prineville, in Oregon. Anche per la creatura di Zuckerberg, dunque, sembra essere arrivato il momento di farsi strada tra le grandi aziende che intessono rapporti con il governo, come dimostrato dal continuo ingrossarsi delle sue file di lobbisti. La scalata verso Washington è appena cominciata.

 

 

 

Source: wired.it

Scrivere per il web: less is more

Stamattina leggevo un articolo in rete, pubblicato in un portale web che parla di design. Pesante, lungo, un mattone. Senza capoversi, un unico blocco testuale che conduce alla fine solo i più temerari, con nausea alla testa e occhi incrociati.

Il che mi ha fatto riflettere su due aspetti:

1. l’importanza di adattare il contenuto al canale di diffusione; il linguaggio del web è diverso dalla carta stampata! Gli utenti non leggono, scorrono il testo alla ricerca delle informazioni di interesse. Schematicità, scorrevolezza, ipertestualità sono indispensabili. Risaputo (o almeno così dovrebbe essere!).

2. “less is more”: è un modus operandi che sostengo da sempre, fin da quando ai tempi delle medie tagliavo frasi dal tema in classe, per ridurne la lunghezza. Mentre i miei compagni scrivevano “grande” per allungarli. Arrivare al punto, esprimere la sostanza, non divagare.

Piccoli accorgimenti anti-sbadiglio, al servizio della buona scrittura. Il web richiede semplicità e immediatezza, perché complicarsi la vita?

Per gli addetti ai lavori consiglio la lettura dell’articolo Dalla carta al web di Luisa Carrada e questo manuale: Scrivere 2.0 – Gli strumenti del Web 2.0 al servizio di chi scrive, di Luca Lorenzetti.

Un italiano su due naviga sul web [corriere.it]

Cresce l’utenza di Internet, che nel 2011 sfonda finalmente la soglia del 50% della popolazione italiana, attestandosi per l’esattezza al 53,1% (+6,1% rispetto al 2009). È quanto emerge dal Nono Rapporto del Censis-Ucsi sulla comunicazione dal titolo «I media personali nell’era digitale», presentato al Senato. Il dato complessivo si spacca tra l’87,4% dei giovani (14-29 anni) e il 15,1% degli anziani (65-80 anni); tra il 72,2% dei soggetti più istruiti e il 37,7% di quelli meno scolarizzati.

CRISI CARTA STAMPATA - Si conferma il periodo di grave crisi attraversato dalla carta stampata: i quotidiani a pagamento (47,8% di utenza) perdono il 7% di lettori tra il 2009 e il 2011 (-19,2% rispetto al 2007). La free press cresce di poco (+1,8%, salendo al 37,5%). I periodici resistono, specie i settimanali (28,5% di utenza), letti dal 36,4% delle donne e dal 20,4% degli uomini. Secondo la ricerca, è stabile la lettura delle testate giornalistiche on line (+0,5%, con un’utenza del 18,2%), che però, dice il Censis, «non si possono più considerare le versioni esclusive del giornalismo sul web, perchè i diversi portali Internet di informazione contano oggi un’utenza pari al 36,6% degli italiani». Per il Censis tengono anche i libri, con il 56,2% di utenza, ma il dato si spacca tra il 69,5% dei soggetti più istruiti che hanno letto almeno un libro nell’ultimo anno, contro il 45,4% delle persone meno scolarizzate. Gli e-book non decollano (1,7% di utenza).

GIORNALISTI - Nonostante l’80,9% degli italiani li consideri molto o abbastanza informati, il 76,8% competenti e il 71,7% chiari nell’esposizione dei fatti, per il 67,2% i giornalisti sono poco indipendenti e per il 67,8% molto o abbastanza spregiudicati. Questo li rende poco affidabili agli occhi della metà della popolazione (il 49,8%). «Tra i giudizi negativi – scrive l’istituto di ricerca – spicca il dato sulle smanie di protagonismo dei professionisti dell’informazione, giudicate eccessive dal 76,3% degli italiani. In una scala che va da 1 (minimo) a 10 (massimo), televisione e carta stampata non raggiungono il punteggio della sufficienza in termini di reputazione, secondo l’opinione degli italiani: 5,74 è il voto medio di credibilità della televisione e 5,95 è il voto dato ai giornali. Maggiormente credibili radio (6,28) e Internet (6,55), percepita come un mezzo più libero e disinteressato».
Source: Corriere.it

MySpace venduta per 35 milioni di dollari. Murdoch la comprò per 580 milioni. [ilsole24ore.com]

C’è chi l’ha definito, e come dargli torto, uno dei peggiori investimenti del magnate dei media australiano. MySpace, la notizia è ufficiale ed ufficiose sono solamente le cifre dell’operazione, è stata venduta dalla News Corp. a Specific Media (azienda che opera nel mondo dei media digitali e della pubblicità online) e stando alle indiscrezioni di AllThingsD il prezzo pagato da quest’ultima è di 35 milioni di dollari. Per il social network un tempo più popolare di Facebook, Rupert Murdoch sborsò nel 2005 la bellezza di 580 milioni di dollari con l’intento di aumentare esponenzialmente l’audience della sua Fox Tv.

L’agonia di MySpace è quindi finita e l’epilogo non è stato certo quello prospettato da Murdoch quando, a febbraio di quest’anno, comunicò pubblicamente di mettere in vendita la compagnia ipotizzando di incassare non meno di 100 milioni di dollari. La penuria di acquirenti ha però indotto News Corp. ad abbassare drasticamente le pretese ed ecco arrivata la necessità di chiudere la trattativa con Specific Media, di cui il colosso dei media acquisirà una quota di minoranza (fra il 5 e il 10%) del capitale.

Cosa succederà ora a MySpace? Lo statement del Ceo di Specific Media, Tim Vanderhook, parla chiaro: «Combineremo le due piattaforme perché ci sono molte sinergie e perché sono entrambe focalizzate ad innovare continuamente l’esperienza digitale degli utenti». Sta di fatto che il 50% dei 400 dipendenti del social network verrà licenziato ed ulteriori misure di riorganizzazione della struttura del personale sono tutt’altro che remote. La crisi in cui versava la compagnia, del resto, sono ben riassunte dai numeri. Quelli che, stando alle rilevazioni di ComScore aggiornate a fine maggio, attestano il calo drammatico degli utenti unici mensili, scesi a 34,8 milioni contro i 75,9 milioni dei momenti d’oro, e quelli che evidenziano la voragine alla voce ricavi: 470 i milioni di dollari incassati dalla pubblicità nel 2009 (dati eMarketer) e circa 190 milioni gli introiti previsti per quest’anno.
Nei giorni scorsi, quando le voci dell’imminenta vendita si erano fatte insistenti, su Bloomberg era apparsa un’approfondita analisi della storia di MySpace che metteva in luce soprattutto gli errori di gestione che hanno costellato l’evoluzione del sito in questi anni. Errori riscontrabili sia sotto il profilo dei contenuti che da quello squisitamente tecnologico, e in tal senso si criticava la scelta di aver utilizzato un linguaggio di programmazione (ColdFusion) non adeguato. La ragione principale del crack di MySpace è comunque forse un’altra e cioè la perdita progressiva di reputazione presso l’utenza al cospetto dell’ascesa inarrestabile di Facebook e Twitter, più reattivi nel mettere a disposizione di milioni di internauti servizi e strumenti di tipo social. Murdoch deve quindi recitare il classico “mea culpa” senza pensare al fatto che Microsoft investì nel 2007 poco più di 240 milioni di dollari per l’1,6% del capitale di Facebook, che oggi è accreditata di un valore di mercato di oltre 70 miliardi di dollari.

Source  IlSole24ORE.com

 

Professioni liquide

Se – come espresso da Bauman – modernità, amore, vita, paura sono “liquide”1, la variabile lavoro non è da meno. Mai come oggi stiamo assistendo a un’evoluzione sostanziale di questa realtà, con la crescita preponderante di quelli che possiamo definire “professionisti della conoscenza”.

Sono ascrivibili alla categoria i lavoratori autonomi (freelance, liberi professionisti, collaboratori a progetto) che svolgono un’attività in proprio di tipo intellettuale, basata su competenze altamente specifiche e caratterizzata da una serie di peculiarità tipiche dell’era post-fordista: mobilità, flessibilità, individualismo, precarietà.

Mi riferisco in particolare ai lavoratori indipendenti di seconda generazione, nati dopo l’avvento di Internet. La Rete, questo luogo “senza spazio”, ha messo in gioco nuove modalità di vivere e organizzare l’attività lavorativa. Cambiano le dinamiche sociali, il dialogo con i propri interlocutori avviene da remoto, attraverso l’e-mail, la messaggistica istantanea, le video conferenze, i social media; la relazione passa attraverso la rete. Oltre a prescindere da una presenza fisica rispetto a una sede di lavoro, questa tipologia professionale è svincolata da ritmi predeterminati: il concetto di tempo assume una connotazione diversa, si dilata e frammenta in un orario che copre l’intera giornata, compresi week end e festivi, variando in base alle necessità. Molto spesso si lavora di più, in termini di occupazione mentale se non altro. Perché la vita lavorativa si confonde, si sovrappone con quella personale, rendendo labili i confini. La logica retributiva si trasforma, da una parte regna l’incertezza sul futuro, dall’altra le competenze di un professionista hanno un plus-valore che dovrebbe tradursi anche in un plus-valore economico. Dovrebbe, perché la situazione di mercato contingente fa sì che le competenze e il talento passino in secondo piano, ma questa è un’altra storia..

In un mondo popolato di lavoratori precari, un’epoca in cui la mobilità non è l’eccezione ma la regola, in cui – a differenza di un tempo – si tende a cambiare spesso professione e dove la Rete stravolge le dinamiche tradizionali, che valore assumerà il lavoro a tempo indeterminato?

Per ciò che concerne l’impiegatizio, Internet con il Web 2.0 sta cambiando radicalmente i vecchi archetipi e si tratta di una trasformazione che probabilmente imporrà il modello lavorativo del futuro, quello dei knowledge workers appunto. Non è utopistico ipotizzare che fra non molto non sarà più necessaria la presenza fisica nel posto di lavoro, l’organizzazione dell’attività sarà a totale discrezione del lavoratore e le prestazioni professionali saranno valutate unicamente per obiettivi raggiunti.

Tenendo presenti queste premesse qual è la direzione giusta per i giovani che stanno cercando la propria strada professionale? Puntare sul self management2, scoprirsi creativi inventando un lavoro che valorizzi un determinato talento e specializzarsi affinando le proprie competenze. Professioni che fino a qualche tempo fa non avremmo mai immaginato possibili sono una realtà in rapida diffusione, grazie alle nuove tecnologie.

____________________________________________________________________________________________________-

1Zygmunt Bauman è un sociologo e filosofo polacco. Nei suoi ultimi lavori, Bauman usa la metafora della “liquidità’ per spiegare incertezza e frenesia che attanagliano la società post moderna.

2 A proposito di personal branding trovo esemplificativa questa presentazione trovata su Slideshare: The Workplace of the Future: Where does your Personal Brand Fit?

2.0 per tutti, sconto alla cassa!

Basta, sono stanca di sentir parlare ovunque di 2.0. Sembrerà un controsenso, scritto in un blog che ruota intorno a questo tema. Ma attenzione, il problema non è parlarne: ben venga che sia esploso il dibattito intorno alla rivoluzione digitale, in atto ben prima che fosse sulla bocca di tutti… Ma come se ne parla? E soprattutto perché? Vedo persone investire tempo e risorse ma mi domando se davvero è stato compreso il senso di questi “mezzi di condivisione”. O se ne sono portavoci perché questa è l’agenda del momento, se le aziende corrono ai ripari perché hanno sentito dire che “o sei social o sei fuori”. Sembra diventata una una tendenza inflazionata; allora, come prima sostenitrice del web sociale, sento il dovere di dichiarare che non sono portavoce di una moda. Cancellerò dal mio blog ogni espressione che riporti 2.0 e la sostituirò con comunicazione “aperta”, o “interattiva”, o “Pina”.

Proprio ieri ho pubblicato su Twitter questo post: “per fare social marketing non basta saper utilizzare degli strumenti, c’è una visione da condividere, è uno stato mentale prima di tutto”. Il vincolo dei 140 caratteri ha fatto sì che in una riga fossi esaustiva! Il concetto è proprio questo, capire il senso che sta dietro questi mezzi e accoglierne il significato. Chi condivide questo approccio collaborativo, molto probabilmente lo adotta anche nella vita. E mi permetto di aggiungere questo perché è quello che ho notato entrando in contatto con diversi operatori del settore: ci si accorge subito di questa sottile sfumatura, c’è una sorta di empatia tra chi ha interiorizzato questo stile di comunicazione, probabilmente perché lo aveva già dentro.

Chiediamoci perché siamo arrivati al 2.0: la condivisione di idee, pensieri, azioni, non è anacronistica. La tecnologia ha dato voce alle persone che già sentivano il bisogno di esprimersi e qui è nata la rivoluzione che da una parte ha disorientato le aziende, dall’altra ha creato possibilità prima impensabili. Parliamo di VALORE delle idee indipendentemente dalla loro provenienza, perché ogni singolo nodo della rete è uguale agli altri; parliamo di CREATIVITA’, perché la discussione e il dialogo creano ispirazione e quindi nuovi contenuti, che nascono e si espandono viralmente con un semplice click; parliamo di MIGLIORAMENTO perché la voce di chi ci critica arriva, spesso spietata, ma diretta… ci hanno sempre insegnato che dalle critiche si può imparare qualcosa, i consumatori a cui ci rivolgiamo sono il nostro network, possiamo capire cosa vogliono senza bisogno di consultare tante statistiche! Parliamo di RELAZIONE, che si può costruire abbattendo formalismi e autorefenzialità, adottando forme di dialogo partecipativo e soprattutto trasparente, questa è la chiave per la tanto ambita fidelizzazione.

Sorrido pensando alle aziende che aprono una fanpage su Facebook, dimenticandosi di aggiornarla o peggio ancora di rispondere agli utenti. E, ancora più paradossale: presenza su social network ma divieto ai dipendenti di accedervi durante l’orario di lavoro. Questo è, a mio avviso, l’approccio sbagliato. Che si accompagna spesso a una mentalità disfattista e chiusa nei confronti del cambiamento.

Leggevo recentemente di un sommelier fiorentino, che gestisce la piccola trattoria Da Burde, di tradizione familiare. Andra Gori è un appassionato di web, oltre che di vini: ha aperto un blog dedicato alla sua passione integrandolo alle conversazioni su Friendfeed, ai post di Twitter, fino ai video su YouTube. Strumenti grazie ai quali la notorietà del suo locale si è espansa addirittura oltre i confini nazionali. Queste sono le storie che mi piacciono, dimostrano che in rete non conta tanto chi sei e da dove vieni ma quello che racconti e come. Saper condividere frammenti di quotidiano, che sia l’opinione su un piatto tipico o l’ultimo evento ospitato in azienda, come lo si farebbe  tra amici. Infondo… “i mercati sono conversazioni”, come dice qualcuno che di marketing se ne intende1.

_______________________________________________________________________________________

[1The Cluetrain Manifesto -  Rick Levine, Christopher Locke, Doc Searls e David Weinberger.]

Francesca Valente

Benvenuti nel mio blog!

Inserisci qui il tuo indirizzo e-mail per ricevere gli aggiornamenti.

Unisciti agli altri 54 follower

Categorie

Archivio

Condivido il Metodo Ahref

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 54 follower